ultima nota stonata da Ryv alle ore 08:36
martedì, 10 febbraio 2009




E' piccola, nera, quasi tonda...
E' una piccola, quasi insignificante pietra, un granato.
Fresca al tatto ma sempre più calda sulla tua mano; dovrebbe infonderti coraggio, lei.
E' per questo che la porti spessissimo con te, ci giochi, ti gira e rigira tra le dita, roteandola sul palmo, stringendola in pugno, lanciandola in aria e riprendendola per stringerla ancora di più.
Non riesci a separarti da quella piccola pietra, sempre...sempre con te.
Oggi è lo stesso, ti prepari a giocherellarci per scacciar via pensieri che ingombrano, troppi per riuscirci da solo, ed è lei la sola che potrebbe aiutarti. La prendi. La guardi. Ma...
Ha una piccola crepa sulla sua superficie liscia, opacamente luminosa.
Non può essere che anche lei risenta così tanto la tua negatività....

...resto ore insonne, uno zombie il giorno, pronto ad attaccare qualsiasi cosa si muova o che gli si avvicini. E' uno di quei momenti che sparo a zero su tutti, che resto io e a volte nemmeno lo specchio. Quanta gente mandata a fanculo, tanta. Quanta potrebbe ancora aspettarselo? Ancora un po', sì....sembra non sia mai sazio. Sazio di vomitare tutta la rabbia che porto dentro e che mi logora incessantemente fino a spegnermi.
Ma se mi spengo, dove trovo la forza? E' come non fossi io, semplice....
Eppure i pensieri sono miei.
Eppure a muovermi non mi sento io.
Sono un'incognita costruita sull'andare o meno di strade che portino chissà dove.
Questa volta, davvero, nemmeno la mia pietra potrebbe salvarmi. Sono esploso.
E S P L O S O.
Vorrei vedere qualcun altro al mio posto, forse sono io ad esser sbagliato, forse saprebbe come comportarsi, forse saprebbe anche ritrovare la sua serenità e non solo...
Il fatto è che fa tutto così male.
Non è facile per me cercare di dar tutto per scoprir poi, alla mia difficoltà, un trovarmi faccia a faccia con realtà che ti lasciano perplesso.
Non mi sarei aspettato un "non riesco a sentirmi responsabile..." nel momento in cui avevo bisogno sicuramente d'altro.
Perché si sa, per quanto io possa esser quello che dall'angolino dia una spinta verso il centro della stanza, per quanto io sia quello che a volte sappia cullare con semplici parole, per quanto io sia quello che spenderebbe se stesso pur di far affiorare un sorriso sul volto di qualcun altro, anche io ho dei miei momenti di sconforto.
E sono stufo, proprio in quei momenti, di essere schiaffeggiato da frasi idiote e fastidiose, quando magari bastasse poco per tranquillizzarmi quel tanto che basti per lasciare riprendessi il controllo di me.
No, invece no! Perché questo è impensabile!
Io non posso permettermi una cosa del genere! Non scherziamoci su!
Io posso soltanto essere quello che si spacca le vene cercando di star vicino, non posso mica mettermi a pensare che forse anch'io potrei voler qualcuno vicino, in qualche modo.
Resto perplesso della vita.
Ma la vita perché si chiama vita se poi di vivo ha poco e niente?
Bah, scoprirò anche questo...ora...da solo...nelle ceneri che mi attorniano.

M.
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categoria : vaneggiando

ultima nota stonata da Ryv alle ore 19:27
sabato, 29 novembre 2008


"Volevo...salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. [...] Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti male. E' lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.A. Baricco in Oceano Mare.

"Nothing is quite as cruel as a child. Sometimes we break the unbreakable, sometimes?" Sonata Arctica - Shamandalie.

Ho capito che la ragione distrugge.
Ho capito che l'emozione crea.
Ho imparato che la ragione distrugge l'emozione.
Sembra un ragionamento forse un po' troppo sterile, ma, in effetti, non è altro che uno strafottutissimo modo di reazione adottato da molti, forse in maniera eccessiva da me.
Sono fatto così, e non so quanto sia un bene...
Investo tutto in un niente e, altrettanto velocemente, ritiro...mi ritiro.
Ritirarsi dove? Non ne ho idea, ma sicuramente in qualcosa che molti adocchierebbero come indifferenza, ma che indifferenza non è.
E' come se avessi bisogno di uno stimolo incessante, di provare costantemente qualcosa, e, nel momento stesso questo qualcosa non dovesse andare, ecco subito che passo ad analizzare.
Emotivamente qualcosa va male? Allora fa male.
La analizzo razionalmente? Allora fa male ed è anche negativo.

Un loop sul quale vorrei riuscire in qualche modo ad uscirne, magari anche solo deviando strada.
Un meccanismo che non mi piace affatto, seppure sia il mio più naturale.
Sono sbagliato in molte cose, in questo sicuramente.

E quei testi da incipit? Beh, quelli descrivono molto quello che al momento sento.
Parola per parola, mi si innescano immagini mentali nitide e sfuocate allo stesso tempo, memorie di suoni, voci, e pensieri a catena.
Ma scuoto la testa e puff!, svanito tutto.

Vorrei tanto, per una volta, lanciare una rete, guardarla allargarsi e restare sospesa in aria.
Vorrei tanto questa rete resti lì, non torni indietro....

[Non chiedermi di fare una scelta, non ne sono in grado..]
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categoria : vaneggiando, diĂ tribe e riflessioni

ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:00
giovedì, 07 agosto 2008


Sono le 18.06.
Un senso di intontimento generale ti rende immune alla recezione dei caratteri spazio-temporali del luogo: Non riesci a capire dove sei, che stai facendo e da quanto.
Ti dimeni lentamente e dal suono capisci sia uno strusciar via di lenzuola o coperte.
Stringengo gli occhi e riaprendoli, cerchi di abituarti a quella stupida penombra rotta soltanto da bizzarri getti di luce entranti dalle tapparelle a creare altrettanti giochetti bizzarri sulla parete opposta e su te.
Scuoti la testa, passi la mano a ravviarti i capelli e ti fermi, di colpo. Guardi la porta, chiusa. Guardi l'armadio. Guardi la finestra. Una scrivania...il resto. Sì, finalmente capisci quella sia la tua camera, la tua roba, e che ti sei drasticamente spento in un sonno profondo. Non ti rendi conto ancora del perché ti ritrovi lì disteso e a tentoni cerchi un fottutissimo orologio, una sveglia, o un aggeggio simile, che, quando meno è opportuno, fa la sua comparsa sempre in mezzo ai piedi pronto a suonare. Lo trovi dopo qualche secondo, e un'altra mezza scoperta è tua: sei lì da due orette circa.
Lo sforzo che fai per metterti a sedere ai piedi del letto ti rende un po' perplesso; stai pian piano invecchiando, sì, precocemente pian piano, e sogghigni piegandoti a guardar il pavimento, lasciando il collo penzolare senza resistenza.
Adocchi ancora una volta la porta e, ti metti in piedi spingendoti verso essa, pronto ad uscir ed avviarti verso la bastarda sensazione di passare dal buio alla luce di un corridoio. Molto suggestivo, ti dici, ma passando sbatti spontaneamente la spalla sullo spigolo della porta e..molto suggestivo, ma poco reale, concludi.
Ti ficchi in bagno senza curarti ci fosse qualcuno da salutare o insultare o semplicemente guardare e chiudi la porta dietro di te ad una mandata. Blu, troppo blu, pavimento blu, piastrelle a richiami blu, tovaglie blu. Mettiti a bere rocchetta e uliveto, rimani bello fuori e pulito dentro, vivi bene e resti in forma e puoi sentirti orgogliosamente nazionale. Ricacci la stronzata chiudendo gli occhi e scrollando il capo, mentre apri il rubinetto, lasci scorrere l'acqua nella piccola voragine che si diparte dal lavandino.
Scorre, un getto, freddo, desideroso di esser toccato, carezzato. Lo fai. Le tue mani si lasciano bagnare e immergere incuranti di schizzi; il tuo viso reclama e loro capiscono, a volte sembrano essere delle brave dipendenti. E godi di quella breve sensazione di affogare e scivolare via nella frescura, godi del tocco delle tue mani quasi fossero schiaffi, godi dei capelli pittosto impertinenti a caderti sul viso attaccandovisi gelosi. Riimmergi le mani, e le carichi d'acqua per render giustizia al resto della tua processione di capelli sulla tua testa. Resti un po' così, in bilico fra un qualcosa che sei e qualcosa che non senti, resti un po' così e chiudi il rubinetto a testa china.
Quando ti rialzi, di scatto, ti gira la testa, senti un po' freddo e le gocce cominciano a dar fastidio. Decidi di scrollarti e di cacciarle via in malo modo, senza curarti di inondare altrove.
Ed esci, esci da quel luogo forse calmo, forse troppo ospedaliero.
Ed esci e ti domandi: Dove vado?
Dove vai? Non ne hai idea, hai da ritrovare qualcosa, hai da parlare a te, hai da imparare a parlare con te prendendotene cura.
Ma per quale strafottutissimo motivo? Forse ti serve per imparare a prenderti cura di altri.
Sogghigni, pensando che in fondo non sai nemmeno come cominciare.
Quella sensazione di buoi e luce ti accompagna e vorresti cacciarla.
Quello sguardo spento e perso ti guida, e per una volta desideresti un marocchino a lavarteli anche ad un semaforo, magari darebbe l'impressione di piangere.
Quella sporca sensazione di perenne caduta si riimpossessa di te, ti fa sentire di più l'infame forza di gravità e cerchi un modo per tener su le spalle.
Quel senso di profonda solitudine si prende gioco di te, lasciandoti star bene, ma imprimendoti una stupida paura per la tua incapacità ad avvicinare qualcuno senza rovinare tutto.
Quel pensare al rovinare tutto ti tira un attimino più in giù, non lasciandoti camminare e con un groppo alla gola e allo stomaco.
Prendilo a pugni il tuo stomaco, stringi la cintura di un punto, ficcati addosso una qualsiasi maglietta, arraffa il tuo i-pod e và via.
Và via
Và via
Và via...
Dove?
In strada. Dietro una statua. Ovunque. In qualsiasi luogo che non faccia pesare questo senso di non appartenenza.
Non sarai forte, ma sarai astuto o, quanto meno, astutamente idiota.


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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 00:16
lunedì, 21 luglio 2008


Alle volte l'uomo è troppo piccolo.

Alle volte l'uomo è talmente grande da riuscire ad appiattire un mondo, prenderlo tra le dita delle sue mani, e stracciarlo con l'urlo della sua anima al seguito.

E' tutto così dannatamente strano...
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categoria : stranezze, vaneggiando

ultima nota stonata da Ryv alle ore 14:45
venerdì, 18 aprile 2008


Quando si prova ad aprire un nuovo capitolo da studiare, spesso e volentieri, sembra quasi sia un esplosione di negatività: Ti ritrovi a leggere, leggere, leggere le nuove pagine decise ed è come se ciò che avevi già fatto tuo si tramutasse in qualcosa di anelante, poco concreto, ma altamente percepibile.
E' talmente strano, ma la vita sembra funzionare alla stessa maniera....una maniere brutale.
Apri un nuovo capitolo, come svolta.
Immergiti in esso, sperando non possa farti che bene.
Ma...
-e qui un'unica differenza dall'esempio di prima-
...Ciò che avevi prima, sembra volersi cancellare da solo.

Per una volta che ti dici di saper esser forte, ti ritrovi in mezzo ad una beffa insipidamente pronta all'agguato. Una di quelle realtà che, sputateti in faccia, ti stendono al primo colpo.

Cosa ti succede?
La riconosci? Sì, vero?

E' di nuovo lei, la tua amica apatìa che bussa alla porta.
L'amica che ti tiene ore e giorni con lei e che non fa pesare la sua presenza, non si fa scoprire e non lascia tu te ne accorga.
L'amica che ti convince e ti manipola, fredda, rendendo freddo anche te.
L'amica che ti porta al di là del sentir bene o del sentir male.
L'amica che vorrebbe accompagnarti sempre, anche quando non glielo permetti.

Adesso riusciresti ad impedieglielo? Rassegnati.

Solo una cosa, alzati da quel letto, prova a mangiare qualcosa e vai via.
Una fottutissima città apparente è lì che aspetta d'esser distrutta col tuo sguardo. Fidati.


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 10:22
martedì, 15 gennaio 2008




Freddo. Un freddo strano, che parte dalle ossa, quasi appagante [chiudi quella dannata finestra!]
Caldo. Un caldo strano, quasi fosse d'inferno [per favore, riaprila.]
Credi di aver scoperto la legge di gravità, sentendoti perennemente cadere, trattenuto da un velo invisibile, trascinato verso un pavimento che sembra metri e metri lontano.
Ti alzi. Le gambe sono di un altro, insensibili.
Ti siedi ai piedi del letto, guardando fuori, buio.
Lasciandoti cadere con le spalle sulla coperta, chiudi gli occhi.
Di nuovo un vortice dentro, non si ferma, non ti molla.
E' come se un flusso ti attraversasse, partendo dal petto, fino alla testa, attraversando tutto il corpo, da sopra fin alla punta dei piedi; un flusso freddo, che quasi volesse non tornare indietro, ma lasciarsi uscire dalla punta delle dita e spargersi sul pavimento, sotto il pavimento, sotto la terra.
Ci pensi, quello è il tuo sangue, quello che circola dentro.
Ne avverti la strada da lui compiuta, senza vederlo.
Riapri gli occhi, non ci vedi bene, li richiudi.
Ci riprovi, questa volta con più successo.
Guardi l'ora, è tardi.
Trovi la forza per muovere arti non tuoi e avviarti verso il pc, lasciando il tuo segno.
Poi crolli, di nuovo sul letto, pensando a tutto, pensando a niente. Pensando A.

Ne avevo bisogno, ci voleva proprio.



Adesso aspetto...

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:09
martedì, 01 gennaio 2008


Sad New Year?
Me lo domando sistematicamente ogni sacrosanto anno.
Non so se sia sfiducia per l'avvenire, ma, sicuramente, è la mancanza di voglia di fare un resoconto degli ultimi fottutissimi 365 giorni, per cercare un arpiglio e dire andràmeglioandràmeglio auguriameauguriate.

Sad New Year?
Mi colpisce un senso di sconforto sistematicamente ogni sacrosanto anno.
Ed è tristezza, semplice tristezza.
Una tristezza per questa ciclicità monotona di giorni uguali chiamati sempre con gli stessi nomi, che durano le stesse ore, gli stessi minuti, gli stessi secondi.

Sad New Year?

Quest'anno no, mi sta stretto. Voglio provare a spronarmi e allora, su.
Respiro, respiro. Fanculo, respiro. Fanculo, fanculo. Respiro, fanculo.

Che anno è stato il 2007? Mh, vediamo....

Un anno di novità, forse. Università, vita da studente, da solo in un appartamento diviso con due coinquilini. Conoscenze, amicizie, brevi e lunghe. Vario.

Un anno di sofferenze e dispiaceri. Litigi con le più svariate persone. Fallimenti. Delusioni.

Un anno di co
incidenze. Abbandoni cadenti il settimo giorno, due volte.

Un anno di viaggi, insoliti, da solo.

Un anno di gioie. Gioie brevi, di attimi. Gioie intense, ma effimere. Di una Gioia che tengo stretta, perché rara, perché...Mia, così, complicatamente...

Un anno che mi dà rabbia.
Un anno che mi dà tristezza.
Un anno che mi fa sorridere, poco.
Un anno che mi vede apatico.
Un anno che mi vede attivo.
Un anno che mi vede il Me solito.
Un anno che vede un nuovo Me.
Un anno di solitudine.
Un anno di brevi compagnie.

Sad New Year?
...vedrò.
In fondo...

Me la caverò
proprio come ho sempre fatto,
con le gambe ammortizzando il botto.
Poi mi rialzerò
ammaccato, non distrutto,
basterà una settimana a letto.
Poi verrà da se...
ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime,
ci sarà anche qualche sera in cui starò per cedere,
ma poi piano piano tutto passerà...
senza accorgermene tutto passerà
.


Passerà, sì.
Anche questo momento mi passerà...

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categoria : vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 14:52
lunedì, 26 novembre 2007


Forse potrebbe sembrar particolarmene ostico ritrovarsi d'un tratto una realtà nascosta per un po', covata in silenzio.
Forse potrebbe generare in te un senso di rabbia incontrollata, uno sfociare di serietà e fermezza, misto a un non so che di fanciullesco e ingenuo.
Forse poi, non fa altro che essere soltanto uno stupido momento ingigantito all'inverosimile, da parte tua da parte di.




Così come una bambolina, i
n bianco e nero e la sua aria fra il fanciullesco e una bambina cresciuta troppo velocemente, forse alle prese con una realtà tale da abbatterla, o renderla malinconica, anche un po' insofferente, lasci i tuoi occhi vaghi sul filo di pensieri tuoi.
Quelle treccine, emblema di una parte bambinesca finora nascosta, sbarazzine, tentano quasi di avvolgere, invano, la tua stessa espressione...per vergogna, per rinnego, per...paura.

Perché?
Perché ancora quel visino giù?
Non vedi la MIA mano tendersi verso te?
Raccoglila.

Ci sono momenti in cui tutto sembra perso o drasticamente contaminato.
Ci sono momenti in cui non si capisce che sia il pensarlo a renderlo così.

Non vedi la MIA mano tendersi verso te?
Lo sai...



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ultima nota stonata da Ryv alle ore 11:48
domenica, 04 novembre 2007


Concert in Theater, She in Dream.

E' tutto quello che mi vien da dire così, di prim' acchito, della mia trasferta milanese.
Una frase. Una sola frase è come se riuscisse a riassumere cinque giorni interi insieme a tutti i loro momenti dolci o soffocanti.
Ma mi sforzerò a cavar un po' di più...

Un viaggio come un altro, forse questa volta con un intento un po' diverso, o del tutto, dipende dai punti di vista.
Un viaggio che mi vede errabondo in una grande città, io ed io soltanto, come se ormai c'avessi fatto l'abitudine.
Un viaggio che mi avrebbe portato a gustarmi la musica live dei Dream Theater, a saggiare la bravura del mio guidar hero preferito, Petrucci, e quella sorta di pseudo pazzia che prende Portnoy quando si ritrova con un paio di bacchette in mano.

Un viaggio dal sapore inaspettato...

Perché
, la sera del tuo arrivo, alla stazione centrale prendi un taxi per evitar il rischio di perdersi da subito e ridere da solo di se stesso. Adocchi dei taxi, ma poi ti fidi dell'extracomunitario abusivo. Gli dici dove vuoi essere portato e lui in quattro e quattr'otto c'arriva. Scoprirai solo alla luce del sole che ti sarebbe bastato attraversare la piazza e la strada. Poi, chiedendogli informazioni su come trovar altri taxi durante il soggiorno, lui un po' riluttante ti dà un numero di telefono -Bravo amico, salvalo e scrivici Aldo -

Perché, una volta in stanza, mi accorgo di come essa sia altamente in linea con il tuo ideale di stanza: piccola, su misura. Un armadio funzionale appena entrati sulla sinistra e un muretto a separarlo dal letto che vien subito dopo. Ai suoi piedi, poi, un frigobar che, per quanto sappia di non doverlo utilizzare, la curiosità mi spinge ad aprire velocemente e sbirciarvi dentro. A destra del letto, ad un passo di distanza un piccolo scrittoio pronto all'uso, con carta da lettera, buste, bigliettini e penne ad aspettare poggiate lì, al centro. Un vasetto con un ornamento floreale si accosta a loro, discretamente sull'angolo destro più lontano. Sulla parete, sopra lo scrittoio, un grande specchio dalla cornice signorile che spezza con la tinta rasserenante del resto. Di fronte ad esso, un quadro, abbastanza grande, in toni cangianti dal rosso al violetto, dal giallo al blu, con qualche tocco di nero qua e là, stava lì con i suoi motivi astratti ma ben messi insieme. Sull'angolo in fondo, una poltroncina azzurra stava sotto la televisione montata su una mensolina a muro. Il bagno non si dimostra diverso dalla camera: piccolo e funzionale. Insomma, un nido fattoti su misura.

Perché, il mattino seguente, immerso per la prima volta seriamente nel via vai della stazione milanese, sei colto da un leggero attacco di panico. Tutto troppo grande e veloce, seppur apparentemente organizzato. Respiri a fondo, non puoi lasciarti coinvolgere. Allora ti ficchi in testa l'obiettivo di racimolare le informazioni che servono, anche se, gli sportelli informativi non sembrano competenti. Tant'è che le troverai solo sul campo nel momento cruciale.

Perché, le ore non sembrano passare. Forse nemmeno i minuti, se vogliam dirla tutta. Stai parcheggiato su un blocco in cemento nei pressi del parco taxi davanti alla stazione e fissi incessantemente l'entrata della metrò e i
nevrotici metropolitani immortalati in statue sulla piazza, ora col rosso ora col giallo ora col grigio ora col blu. Li fissi e li alterni all'orologio del tuo telefono, perennemente 5 minuti indietro. Arriverà?

Perché
, si guardava attorno spaesata come qualcuno che non sa cosa cerchi, quando ti  avvicinavi alle spalle, furtivo. Eppure riesce a girarsi in tempo, per non esser colta di sorpresa. Un abbraccio soltanto ed un finalmente sussurrato per quei pochi istanti.

Perché, girovagare per milano con una milanese può risultare deleterio e allora speri soltanto di trovare qualche buon tedesco che ti indichi lui la strada, ma, si sa, inspira profondamente e vai avanti. Così, farla ridere per impacciataggini alla metrò con quel biglietto inserito male, con l'aver sbagliato fermata due e più volte, con l'assecondarla in quel che si può, si comincia a far tardi. A dirla tutta le 18.00, quando arrivati al Forum, sembrava l'inizio di un deserto colmato solo da voi e da venditori ambulanti di maglie e magliette [Fai scorta]. Ma poi, svoltando l'angolo, ti accorgi che l'ingresso era da tutt'altra parte e un'immensità di gente era già accalcata in attesa di entrare. La guardi e lei dice di aver paura di te. Rabbia repressa ed istinti omicidi vengon messi da parte, pur conservando un discreto nervosismo, ed esorcizzi il tutto osservandola con la sola scusa di volerne fare il pieno.

Perché, entrando, hai cercato un posto da cui si vedesse bene, ma allo stesso tempo un po' lontano e, forse avresti sperato di rimanere là, solo, con lei. Ti guardavi attorno con fare investigativo, controllando chiunque s'avvicinasse. Te lo ha fatto notare. Ti sei stretto nelle spalle, continuando.
Poi le luci si abbassano, i primi boati si fanno largo e ben presto l'aria che si respirava non è stata più la stessa.
Era Musica. Era Paradise Lost.
E tu...eri lost sul serio, rapito da un ritmo che conoscevi solo in cuffia. La tua gamba andava su e giù, col piede poggiato sul bracciolo del posto avanti, gli occhi spaziavano fra il palco a mirare la velocità di Romeo, la scenicità del cantante e tutto il resto. Poi però tornavano a lei, furtivi, e vi si posavano un po', sperando che fra le tue braccia lei non se ne fosse accorta, sbagliandoti.
Il tempo era diventatà un'entità del tutto relativa, più di quanto non lo sia già di suo:
Era fermo o quasi, forse viaggiava così lentamente da esser fin troppo silente, quando pensavo a lei o quando la sfioravo con lo sguardo.
Era incalzante e palesamente infame nel divorar le note tutte di seguito, rendendoil tutto più breve.
Tant'è che dopo appena tre quarti l'atmosfera sembra sfatarsi, le luci si riaccendono.
Si sfata l'atmosfera della Musica, si conserva la tua atmosfera.
Parole, brevi, spesso fatte più di piccole sfide idiote e autolesioniste che ti costringeranno a metter una fascia in fronte stile rambo, saranno ghigni sberleffi, saranno tutto, e poi...
...Un semaforo in alto sul palco, quando tutto quel che c'era da smontare è stato smontato.
Un semaforo che da rosso, passa a giallo, e le luci ricominciano ad abbassarsi e la musica comincia il suo sottofondo e i boati si rialzano e tu la riguardi e lei ti accusa ancora una volta.
Un semaforo adesso verde, e il telo nero cade a terra, lasciando un esplosione di suoni e luci, uno schermo gigante ad attendere alle spalle di loro, tutti e 5, nelle loro posizioni solite.
Al centro campeggia quella che sembrerebbe una stanza intera ed è solo una batteria con Mike Portnoy pronto a far strage di ritmo e sputi, alla destra lui, John Petrucci che non s'è fatto attendere con i suoi assoli, così come Jordan Rudess alle sue tastiere che non è stato da meno, a sinistra l'imprescrutabile e piuttosto serioso John Myung al basso, e James Labrie con la sua voce altamente discussa, a muoversi a destra e manca, a sollecitare e a coinvolgere a più non posso.
E' stato strano vederli dal vivo, è stato strano soprattutto non essere da solo a vederli dal vivo.
E' stato strano.
E così, mentre le loro note, i loro assoli, la voce di LaBrie, e le luci continuavano il loro gioco scenico, tu, pensavi ad altro.
Eri lì per veder loro, ma alla fine hai capito che non avevi bisogno di un'ulteriore prova per saggiare la loro bravura, tant'è che ti sei limitato a guardarli appena, forse nei momenti cruciali soltanto, lasciando libere solo le orecchie e spostando la tua attenzione su Altro.

Perché, il giorno dopo, mentre tutti ti dicono che a Milano fa freddo, che devi portarti di tutto e di più, indossi solo una felpa, sotto la pioggerella, mentre passeggi e scovi luoghi su luoghi, maledicendo chi di dovuto e il fatto che avresti benissimo potuto portare metà della valigia che ti sei trovato come fardello. E così hai tastato la pioggia lombarda, e così hai respirato quell'aria, e così sei rimasto il pomeriggio ad osservare dalla finestra, i goccioloni sempre più grandi...

Perché, la mattina hai fatto tuo l'andare in metrò, tanto da esser preso come guida da giapponesine e cinesine di sorta non tanto pratiche. Ti sei ritrovato al duomo, in piazza duomo. Una telefonata a parlottar con un povero disgraziato che t'ha piantato là e poi un tuo esprimerti in termini filosofici ma non poetici, non poetici ma efficaci [Davanti al duomo mi sento piccolo come una merda messa insieme da dieci piccioni...]. Hai sondato la zona, perché sapevi ti sarebbe tornato utile. Hai anche capito che la metro non era fatta di fermate inverosimilmente lontane e che i milanesi son piuttosto comodi da un certo punto di vista.
Poi arriva l'ora, tarda, ma arriva, e lei fa capolino al luogo prestabilito e subito intimato a dover odiare qualcosa che non avrei potuto odiare in quel frangente: lo shopping milanese.
E allora di seguito dal duomo ad irradiarsi per le vie a est, nord, sud e ovest. Fermandosi a ridere ad una vetrina o a commentare qualche articolo, o a farsi filmini mentali su "quel capello da papera in testa ti starebbe benissimo!". Tocca anche al disney store e ai suoi articoli dei più svariati, che non sto qui a dire cosa hai dovuto indossare mentalmente e poi esser costretto a metter sul serio, solo per puro istinto a salvaguardar un'immagine, seppur già ridicola, di te.
Poi la via che porta al castello, poi verso cardona, la stazione.
Sopportando ora l'inebriante profumo di una saponeria, ora insegne e vetrine di diverso genere, si giunge alla stazione.
Non volevi tornarci, purtroppo lei sì.
Allora si fa la fila per un biglietto per il treno che da lì a 10 minuti sarebbe andato e tu, senza aspettare di più, tiri fuori quella maglia, per lei. Quella maglia che t'ha fatto penare per riuscire a realizzarla, che avevi paura di non farla in tempo, invece ti sei sbagliato. Si è stupita...
E la saluti.
E torni al duomo, da solo, passandovi il resto della serata prima di rintanarti al nido e scoprire di aver a disposizione sky e poter vedere una stupidissima partita ma che t'ha fatto ricordare che di gufo ce n'è uno...come te non ce n'è nessuno.
E t'addormenti, tranquillo...

Perché, l'1 novembre sembrerebbe giorno di festa e così tu ti comporti. ancora una volta al duomo, da solo, ad osservar le consuoetudini del luogo, i piccioni a far da padrone, il loro svolazzar basso tanto da riuscire persino a centrarti con un'ala. Torni a cercar un buon ristorante per te, poca gente, dai il meglio di te, forse era come volersi abituare ad esser osservato in un luogo del genere per come sei vestito e poi pagare come chiunque altro, chissà. E' però certo che ha preferito, dopo quello, tornare in camera a cercare qualcosa di più sobrio; cosa che sei riuscito a vedere in una maglia marrone da metter sopra i tuoi larghissimi jeans e le tue scarpe da skater nere.
Ti sei avviato alla stazione cadorna, ed hai aspettato lì, poggiato su una delle macchinette che controllavano il passaggio della genta dalla stazione ai binari, fissando a sguardo spento ora a destra ora a sinistra, in lontananza. Poi arriva un treno e speri con tutto te stesso che sia proprio quello.
Lo era. Infatti eccola. Non si accorge di te, ma sei tu il primo a notarla e allora sembri rivitalizzarti e trovar la forza di spostarti da lì per andarle incontro. -E' tanto che aspetti? -. -No, sarà una mezzoretta al massimo... - . Quando invece eri consapevole che forse erano quasi due ore che stessi lì, inebetito. E allora si va, affidandosi a lei e al suo senso d'orientamento.
-Andiamo a Corso Buenos Aires...quindi ci fermiamo a Garibaldi prima, prendiamo la verde...-
-Sicura...? Va beh, mi fido. -
Morale della favola, arriviamo a Garibaldi per scoprire non solo di aver sbagliato fermata, ma soprattuto proprio linea della metro.
La guardo, i suoi indici si congiungono. Scuoto la testa e mi eleggo nuova guida, portandola finalmente a P.ta Venezia e al Corso prefissato.
Anche lì camminare, parlare, non fai caso alle tue gambe in fiamme, e ai tuoi polpacci che speravi tanto avessero solo dei bei cagnoni avvinghiati contro e non dei grilli parlanti, tanto da renderli insostenibili.
E i giardini...
E la panchina, quella solo quella, scelta con cura...
E il commentare lo sfruttamento di due poveri pony con te che continuavi a ripeterle -Mo ti fai un giro tu lì sopra... - ed un ma anche no immancabile ad accompagnar le tue parole...
E quello scocciatore del 3, 4 euro....2, 3 euro. Per concludergli in faccia un bel 3, 3 euro, e una volta convinto sputtanargli il fatto di...soltanto una ne voglio...1, 1 euro...mercanteggiando s'impara....
E l'imbrunirsi...
E il non volerti alzare...
Ah, anche la merda sulla mano di quella povera mammina che a te sembrava essersi fatta male ma che poi vi ha strappato solo risate...
E il non volerla lasciare...

Ma vi siete alzati comunque e avete deciso di tornare al Duomo, al cinema. Prendere i biglietti e appurare di aver il tempo per una cena.
- Fammi cercare un bel posto...-
- Ma va bene pure un Mc Donalds, guarda quanti ce ne sono! -
- Ho detto cena, non un "andiamo al fast food"... -
E trovi un posto alle gallerie e controlli il loro menù, sembra abbastanza importante. Aspetti conferma, che arriva titubante. Vi accomodate davanti la vetrata, osservati sempre per come esser vestiti in quell'occasione. Tu ne ridi, lei si vergogna da morire, ma la rassicuri e, anzi, la punzecchi come tuo solito [ Preferisci  esser fissata così? O un solo sguardo...? ].
Così anche quel momento pian piano sfuma e, come al solito uscendone a testa alta, vi avviate al cinema.
Ratatouille.
Uno di quelle animazioni in 3d che ti fanno ridere sul serio, ma che ti lasciano qualcosa oltre la risata.
Vi accomodate, ma la convinci che vai a prendere qualcosa da sgranocchiare e torni.
Pop corn, ovviamente.
Al ritorno, noti che lo spazio delle poltroncine è troppo piccolo per posarvi il pacco.
- Ecco, non ci entrano, destino che dovranno cadere per forza... -
- Ma non ti preoccupare! -
E finisce che si riversano davvero per terra, e tu, scuotendo la testa la guardi ridere e cercare di recuperarne un po' e scattare col suo telefonino foto incriminate.
E anche qui per te si ripete il tutto, non sai a cosa pensare prima.
Non sai cosa dimostrare prima...fai una tua scelta.

E poi lungo la via verso il duomo...
E poi lungo la via verso cardona, a guardare i fotogrammi di animali strani [es. una medusa che vive con i tentacoli in su, ma che mi disegnano come una normale medusa]
E poi il taxi, e i silenzi che scendon pian piano, perché per te era inevitabile e lei lo aveva capito.
E poi la lasci sotto casa...
E poi il ritorno in albergo, appena sul letto un messaggio che non avresti voluto leggere.

Perché, è l'ultimo giorno e sei di nuovo da solo; forse è stato meglio così, ed hai imparato.
Hai imparato quanto un rimpianto sia peggiore di un rimorso.
Hai imparato che alcune tue questioni di principio non sempre servono.
Hai imparato che, per te, qualunque tentativo di recuperare il rimpianto a posteriori, è futile, non uguale a come avresti voluto.

Hai imparato che...

...sono esperienze da fare.

Grazie, Bimba.
Sai cosa vorrei dirti, ricordalo e tienitelo per te

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categoria : vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:22
sabato, 20 ottobre 2007


Sì, una giornata da incorniciare.
Il punto nodale allora sarebbe: con che cornice?
Avrei pensato a qualcosa un po' rustico, così come potrebbe essere una cornicie di spine.

Avete presente la fantomatica nuvoletta fantozziana? Bene.
Potrebbe intendersi come un qualcosa di astratto, quella malasorte che aleggia attorno, che sembra puntare solo te, e su questo non contraddico.
Aggiungo solo che, purtroppo, io ho scoperto l'altro lato di quella nuvoletta, ossia quello materiale, tangibile.
Sistematicamente, ogni mattina, mi sveglio e, anche se non corro come un leone o una gazzella, esco di casa.
Fin qui nulla da ridire, normale prassi quotidiana che penso tutti attuino, chi più chi meno.
Il problema sorge ogni volta a lezione, ma non in aula e, ad esser sinceri, non propriamente a lezione....

Mi basta mettere piede fuori dall'edificio, alla fine della lezione e....

Burrasca.

Quanno vole arrivà Noe me faccia 'n fischio.

Proprio così, nemmeno il tempo di compiere il primo passo che si rivoltano i cieli.
Ed io, senza ombrello [perché quando lo porto è solo un peso], non posso far altro che interrogarmi sui costi/benefici che possano riscontrarsi in una traversata sotto l'acqua.
Esponiamoli.
SE resto al riparo, non torno a casa, non pranzo e mi annoio.
SE vado, torno a casa, tento di sentirmi satollo e dormo.

Opto per la seconda, stranamente.
Mi incammino.
Era surreale quel viale lunghissimo e alberato.
Ogni giorno pullula di gente, eppure basta un elemento come l'acqua a renderlo deserto.
Tutto una processione verticale e verso il terreno di piccole e pungenti gocce.
Sorrido appena, incurante del fatto che mi stia bagnando, pensando che se guardo il fondo del viale, la vista di quella specie di gabia d'acqua sottile, sembrerebbe quasi la pioggia non abbia fine, che le gocce siano infinite.
Poi però mi dico che è una pura stronzata, saranno miliardi di miliardi tutti insieme, ma finiscono anche loro.
E' un po' come la storia dei granelli di sabbia e delle gocce nell'oceano: stronzate.
Stronzate per il semplice fatto che ancora non ci sia stato un fancazzista tale da volerle contare e, astutamente, pronto a dar vita ad una progenie relativamente amplia e tutta specializzata a continuare il suo lavoro utopico....

Ma tralasciamo, sto divagando troppo.

Dov'ero? Ah, la burrasca, il viale.
Certo, mi ero un po' bagnato prima di riuscire a raggiungere i cancelli e poi il semaforo per l'attraversamento pedonale.
Ero un po' incazzato, giù, ma anche elettrizzato dal notarmi solo, io e la pioggia.
Stavo per azionare il pulsantino per chiamare la fermata e lo scattare del verde a mio favore quando...

Mortacci suoi, un automobilista azzarda un sorpasso col giallo finendo vicino al marciapiede e alzando una vera e propria onda d'acqua, non schizzi, un'onda.
Di scatto mi giro come posso.
Come mi son sentito? Come se mi fossi pisciato addosso. E non contento, come se mi fossi pisciato di nuovo puntando in alto. Ero praticamente zuppo sul lato destro, dal capello più in alto, alla parte inferiore della scarpa. Ero bicolore, come una specie di dott. Jeckyll e mr. Hyde...
Chi era Jeckyll, chi era Hyde?
Fanculo a tutti e due.
Dopo circa mezzora a gelarmi mentre attendevo uno stramaledetto autobus, finalmente son riuscito a tornare a casa, realizzando il ciclo.

Morale?

Ogni mattina, non importa se leone o gazzella o criceto in carrozza. Corri e basta.
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categoria : stranezze, vaneggiando