Benvenuti, benvenuto a me.
Tirate su il sipario, come? Niente da fare? Ovvio, tocca sempre a me, soprattutto se di lavoracci si tratta.
Mh, com'è? Troppo alto, troppo basso?
Poco importa, la mia commedia, tragedia, rappresentazione tragicomica, non può attendere ancora.
Non posso impedirmi di partorirla così, di punto in bianco; significherebbe turare quelle poche valvole di sfogo mi restano. Non so quanto male potrebbe fare, non vorrei scoprirlo. Me lo concedo.
Una domanda, parto con una semplicissima domanda:
Cos'è la vita?
Sì, proprio così. Poche parole a formare una domanda. Una domanda che non si sa quale risposta possa aspettare, figuriamoci il numero di parole.
Provo a dire la mia. Una Prova.
Non dovevamo aspettarci tante e tante e tante parole? Beh, sono molto conciso, per queste cose.
La vita è una Prova.
Una prova, sì...
Non una di quelle gare da strada, fra dilettanti, né quella fra atleti immischiati in puro agonismo. No.
Tutt'altro.
La vita è una Prova.
Una prova ove attori dalla nascita si esercitano, tentano, falliscono, ritentano, hanno successo, falliscono di nuovo, ritrovano una sottile speranza, sorridono, piangono, urlano, ridono...muoiono.
E' un ciclo, un buffo ciclo, ed io lo chiamo Prova.
Perché non è altro che un continuare ad andare avanti tentando di superare tutto, nel bene e nel male.
Non trovate?
Ed io l'ho fatto. E' un annetto che mi sforzo, seriamente.
Ma il ciclo sovrasta beffardo. Perché è davvero così che funziona: quando pensi di venire a capo di qualcosa, ecco che o ti sbagli o subentra qualcos'altro.
Non c'è nulla di così difficile, è un ragionamento che fila, purtroppo.
Ti impegni, a ripristinare un tuo stato di calma interiore che ti manca da non sai quanti anni.
Ti impegni, a trovare rimedio per l'incommensurabile fine del contratto.
Ti impegni, a risolvere incomprensioni che a te stanno a cuore.
Ti impegni e arrivi a sorridere. Perché non ti sembra vero di poter dire cazzo! ce l'ho fatta.
No, non ti sembra vero. Può mai esserlo? Hai ragione, non lo è.
Diatrìbe con i proprietari di casa, disposti a scendere a patti, purché rientrino solo e soltanto nelle loro condizioni. A senso unico, insomma.Incomprensioni che, come il nome non smentisce, non permettono di capirsi. O se ci si capisce, non si accetta. O se si accetta, si resta tristi. E se si resta tristi, diviene una cosa reciproca. E se divine una cosa reciproca....non so più.
Stato di calma? Sì, quell'utopia l'ho sentita nominare qualche volta, e sinceramente non riesco a ricordare.
Ed il bello di tutto ciò è il solito. Non è altro che il triste meccanismo che guida la Prova, perché altrimenti che prova sarebbe?
Sì, funziona così, ormai lo so.
Infatti non mi sembra più strano se, superandone una, mi si ritorce contro l'altra e se riaddrizzo l'altra, deve assolutamente regredire quella di prima. Se poi in questo giochetto subentra anche la terza istanza, non resta solo che stare seduti su quella poltroncina e osservare, lo spettacolo. Osservarlo, forse impassibile. Nell'attesa che il sipario si chiuda.
Che si chiuda, da solo. Nè altri nè io a toccarlo. Da solo.
Sorrido, perché qualsiasi cosa io faccia, sarà irrimediabilmente errata.
PS: Posso permettermi solo qualche Grazie. Per le parole. Per i brevi incontri. Per il tempo che si perde con me. Riesce a distrarmi. Ma lo spettacolino continua....
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