ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:00
giovedì, 07 agosto 2008


Sono le 18.06.
Un senso di intontimento generale ti rende immune alla recezione dei caratteri spazio-temporali del luogo: Non riesci a capire dove sei, che stai facendo e da quanto.
Ti dimeni lentamente e dal suono capisci sia uno strusciar via di lenzuola o coperte.
Stringengo gli occhi e riaprendoli, cerchi di abituarti a quella stupida penombra rotta soltanto da bizzarri getti di luce entranti dalle tapparelle a creare altrettanti giochetti bizzarri sulla parete opposta e su te.
Scuoti la testa, passi la mano a ravviarti i capelli e ti fermi, di colpo. Guardi la porta, chiusa. Guardi l'armadio. Guardi la finestra. Una scrivania...il resto. Sì, finalmente capisci quella sia la tua camera, la tua roba, e che ti sei drasticamente spento in un sonno profondo. Non ti rendi conto ancora del perché ti ritrovi lì disteso e a tentoni cerchi un fottutissimo orologio, una sveglia, o un aggeggio simile, che, quando meno è opportuno, fa la sua comparsa sempre in mezzo ai piedi pronto a suonare. Lo trovi dopo qualche secondo, e un'altra mezza scoperta è tua: sei lì da due orette circa.
Lo sforzo che fai per metterti a sedere ai piedi del letto ti rende un po' perplesso; stai pian piano invecchiando, sì, precocemente pian piano, e sogghigni piegandoti a guardar il pavimento, lasciando il collo penzolare senza resistenza.
Adocchi ancora una volta la porta e, ti metti in piedi spingendoti verso essa, pronto ad uscir ed avviarti verso la bastarda sensazione di passare dal buio alla luce di un corridoio. Molto suggestivo, ti dici, ma passando sbatti spontaneamente la spalla sullo spigolo della porta e..molto suggestivo, ma poco reale, concludi.
Ti ficchi in bagno senza curarti ci fosse qualcuno da salutare o insultare o semplicemente guardare e chiudi la porta dietro di te ad una mandata. Blu, troppo blu, pavimento blu, piastrelle a richiami blu, tovaglie blu. Mettiti a bere rocchetta e uliveto, rimani bello fuori e pulito dentro, vivi bene e resti in forma e puoi sentirti orgogliosamente nazionale. Ricacci la stronzata chiudendo gli occhi e scrollando il capo, mentre apri il rubinetto, lasci scorrere l'acqua nella piccola voragine che si diparte dal lavandino.
Scorre, un getto, freddo, desideroso di esser toccato, carezzato. Lo fai. Le tue mani si lasciano bagnare e immergere incuranti di schizzi; il tuo viso reclama e loro capiscono, a volte sembrano essere delle brave dipendenti. E godi di quella breve sensazione di affogare e scivolare via nella frescura, godi del tocco delle tue mani quasi fossero schiaffi, godi dei capelli pittosto impertinenti a caderti sul viso attaccandovisi gelosi. Riimmergi le mani, e le carichi d'acqua per render giustizia al resto della tua processione di capelli sulla tua testa. Resti un po' così, in bilico fra un qualcosa che sei e qualcosa che non senti, resti un po' così e chiudi il rubinetto a testa china.
Quando ti rialzi, di scatto, ti gira la testa, senti un po' freddo e le gocce cominciano a dar fastidio. Decidi di scrollarti e di cacciarle via in malo modo, senza curarti di inondare altrove.
Ed esci, esci da quel luogo forse calmo, forse troppo ospedaliero.
Ed esci e ti domandi: Dove vado?
Dove vai? Non ne hai idea, hai da ritrovare qualcosa, hai da parlare a te, hai da imparare a parlare con te prendendotene cura.
Ma per quale strafottutissimo motivo? Forse ti serve per imparare a prenderti cura di altri.
Sogghigni, pensando che in fondo non sai nemmeno come cominciare.
Quella sensazione di buoi e luce ti accompagna e vorresti cacciarla.
Quello sguardo spento e perso ti guida, e per una volta desideresti un marocchino a lavarteli anche ad un semaforo, magari darebbe l'impressione di piangere.
Quella sporca sensazione di perenne caduta si riimpossessa di te, ti fa sentire di più l'infame forza di gravità e cerchi un modo per tener su le spalle.
Quel senso di profonda solitudine si prende gioco di te, lasciandoti star bene, ma imprimendoti una stupida paura per la tua incapacità ad avvicinare qualcuno senza rovinare tutto.
Quel pensare al rovinare tutto ti tira un attimino più in giù, non lasciandoti camminare e con un groppo alla gola e allo stomaco.
Prendilo a pugni il tuo stomaco, stringi la cintura di un punto, ficcati addosso una qualsiasi maglietta, arraffa il tuo i-pod e và via.
Và via
Và via
Và via...
Dove?
In strada. Dietro una statua. Ovunque. In qualsiasi luogo che non faccia pesare questo senso di non appartenenza.
Non sarai forte, ma sarai astuto o, quanto meno, astutamente idiota.


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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 00:16
lunedì, 21 luglio 2008


Alle volte l'uomo è troppo piccolo.

Alle volte l'uomo è talmente grande da riuscire ad appiattire un mondo, prenderlo tra le dita delle sue mani, e stracciarlo con l'urlo della sua anima al seguito.

E' tutto così dannatamente strano...
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categoria : stranezze, vaneggiando

ultima nota stonata da Ryv alle ore 14:45
venerdì, 18 aprile 2008


Quando si prova ad aprire un nuovo capitolo da studiare, spesso e volentieri, sembra quasi sia un esplosione di negatività: Ti ritrovi a leggere, leggere, leggere le nuove pagine decise ed è come se ciò che avevi già fatto tuo si tramutasse in qualcosa di anelante, poco concreto, ma altamente percepibile.
E' talmente strano, ma la vita sembra funzionare alla stessa maniera....una maniere brutale.
Apri un nuovo capitolo, come svolta.
Immergiti in esso, sperando non possa farti che bene.
Ma...
-e qui un'unica differenza dall'esempio di prima-
...Ciò che avevi prima, sembra volersi cancellare da solo.

Per una volta che ti dici di saper esser forte, ti ritrovi in mezzo ad una beffa insipidamente pronta all'agguato. Una di quelle realtà che, sputateti in faccia, ti stendono al primo colpo.

Cosa ti succede?
La riconosci? Sì, vero?

E' di nuovo lei, la tua amica apatìa che bussa alla porta.
L'amica che ti tiene ore e giorni con lei e che non fa pesare la sua presenza, non si fa scoprire e non lascia tu te ne accorga.
L'amica che ti convince e ti manipola, fredda, rendendo freddo anche te.
L'amica che ti porta al di là del sentir bene o del sentir male.
L'amica che vorrebbe accompagnarti sempre, anche quando non glielo permetti.

Adesso riusciresti ad impedieglielo? Rassegnati.

Solo una cosa, alzati da quel letto, prova a mangiare qualcosa e vai via.
Una fottutissima città apparente è lì che aspetta d'esser distrutta col tuo sguardo. Fidati.


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 17:31
giovedì, 14 febbraio 2008


A volte, per quanto possa sembrarti assurdo, servirebbe solo un po' di dolcezza...

A volte, sono proprio queste piccolezze, poche parole una appresso all'altra, che ti fanno capire: stai cambiando.
Sto cambiando...
Non immaginavo fosse talmente brutto accorgersene così, inaspettatamente.
Non immaginavo occoresse un errore per capirlo.
Non immaginavo potesse sfuggirmi, visto che spesso mi viene da domandarmi chemisuccede.
Eppure si è presentata l'occasione, come un muro a mezzo passo da te al quale non fai in tempo a dire celafaccioagirare.
Si è presentata come una verità cruda, un pugno allo stomaco, come altri sì, ma che sembra perforarlo...

Mi riscopro diverso, staccato.
Mi riscopro nuovamente entità lungi da non so cosa, ma che riesce a ferire.
E dà rabbia notare che, in fondo, le persone che si posson ferire son proprio quelle cui si tiene veramente.

COSA CAZZO MI SUCCEDE?

Mie ricadute? No, le riconosco ormai.
Questo mi sembra qualcosa di più radicato, non estirpabile. Un processo che non so da chi o cosa derivi. Un male, che, come un cancro, mi ruba pian piano.
Mi porta via....da me.
Sono io?
Adesso, sono io?
Come potrei più esserne convinto...?

Oggi, come non bastasse, leggevo un libro, regalatomi:
Jack Frusciante esce dal gruppo.
Mi aveva coinvolto, cominciavo a vedere con gli occhi di Lui, Alex, ostinandomi a legger Ale.
Mi immedesimavo nella sua storia, da adolescente scazzato come molti, alle prese con una situazione un po' particolare.
Poi una lettera, un bigliettino per lui.
Leggendolo mi son trovato a chiudere il libro.
Non avevo più la forza di continuare, e non mi era mai capitato.
Ho scelto il momento sbagliato, sperando che leggere mi potesse distrarre.
Proprio il momento sbagliato...

QUANTE COSE SBAGLIATE...

Ho Voglia di strafarmi.
Non so come.
Ho Voglia di strafarmi e qualcosa troverò.



VOGLIO LA MENTE LIBERA, UN ATTIMO SOLO.


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categoria : stranezze, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:22
sabato, 20 ottobre 2007


Sì, una giornata da incorniciare.
Il punto nodale allora sarebbe: con che cornice?
Avrei pensato a qualcosa un po' rustico, così come potrebbe essere una cornicie di spine.

Avete presente la fantomatica nuvoletta fantozziana? Bene.
Potrebbe intendersi come un qualcosa di astratto, quella malasorte che aleggia attorno, che sembra puntare solo te, e su questo non contraddico.
Aggiungo solo che, purtroppo, io ho scoperto l'altro lato di quella nuvoletta, ossia quello materiale, tangibile.
Sistematicamente, ogni mattina, mi sveglio e, anche se non corro come un leone o una gazzella, esco di casa.
Fin qui nulla da ridire, normale prassi quotidiana che penso tutti attuino, chi più chi meno.
Il problema sorge ogni volta a lezione, ma non in aula e, ad esser sinceri, non propriamente a lezione....

Mi basta mettere piede fuori dall'edificio, alla fine della lezione e....

Burrasca.

Quanno vole arrivà Noe me faccia 'n fischio.

Proprio così, nemmeno il tempo di compiere il primo passo che si rivoltano i cieli.
Ed io, senza ombrello [perché quando lo porto è solo un peso], non posso far altro che interrogarmi sui costi/benefici che possano riscontrarsi in una traversata sotto l'acqua.
Esponiamoli.
SE resto al riparo, non torno a casa, non pranzo e mi annoio.
SE vado, torno a casa, tento di sentirmi satollo e dormo.

Opto per la seconda, stranamente.
Mi incammino.
Era surreale quel viale lunghissimo e alberato.
Ogni giorno pullula di gente, eppure basta un elemento come l'acqua a renderlo deserto.
Tutto una processione verticale e verso il terreno di piccole e pungenti gocce.
Sorrido appena, incurante del fatto che mi stia bagnando, pensando che se guardo il fondo del viale, la vista di quella specie di gabia d'acqua sottile, sembrerebbe quasi la pioggia non abbia fine, che le gocce siano infinite.
Poi però mi dico che è una pura stronzata, saranno miliardi di miliardi tutti insieme, ma finiscono anche loro.
E' un po' come la storia dei granelli di sabbia e delle gocce nell'oceano: stronzate.
Stronzate per il semplice fatto che ancora non ci sia stato un fancazzista tale da volerle contare e, astutamente, pronto a dar vita ad una progenie relativamente amplia e tutta specializzata a continuare il suo lavoro utopico....

Ma tralasciamo, sto divagando troppo.

Dov'ero? Ah, la burrasca, il viale.
Certo, mi ero un po' bagnato prima di riuscire a raggiungere i cancelli e poi il semaforo per l'attraversamento pedonale.
Ero un po' incazzato, giù, ma anche elettrizzato dal notarmi solo, io e la pioggia.
Stavo per azionare il pulsantino per chiamare la fermata e lo scattare del verde a mio favore quando...

Mortacci suoi, un automobilista azzarda un sorpasso col giallo finendo vicino al marciapiede e alzando una vera e propria onda d'acqua, non schizzi, un'onda.
Di scatto mi giro come posso.
Come mi son sentito? Come se mi fossi pisciato addosso. E non contento, come se mi fossi pisciato di nuovo puntando in alto. Ero praticamente zuppo sul lato destro, dal capello più in alto, alla parte inferiore della scarpa. Ero bicolore, come una specie di dott. Jeckyll e mr. Hyde...
Chi era Jeckyll, chi era Hyde?
Fanculo a tutti e due.
Dopo circa mezzora a gelarmi mentre attendevo uno stramaledetto autobus, finalmente son riuscito a tornare a casa, realizzando il ciclo.

Morale?

Ogni mattina, non importa se leone o gazzella o criceto in carrozza. Corri e basta.
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ultima nota stonata da Ryv alle ore 19:11
domenica, 07 ottobre 2007


- Ma adesso? Come ci mettiamo?
- Mh, vedi un po' la posizione a cuneo...
- A cuneo...?
- Sì, mi viene male a far in altro modo.
- Ma, come sarebbe questa posizione, scusa?
- Prendi il coso e mettilo in quella direzione, dritto...tu appoggiati con le spalle al muro e premiti contro.
- Se lo dici tu...

Nulla è così appagante di due persone che cercano di salire tre piani di abitazione con addosso un materasso.

66 Scalini, divisi in tre rampe da 8-6-8 scalini ogni piano, con tre o quattro passi per ogni pianerottolo.

E così, fra la posizione del cervo inforcatore, dell'abbraccio uforobot e della presunta posizione a cuneo....

.....son solo sfinito.
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ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:03
mercoledì, 03 ottobre 2007


Sì, un anno se ne va, aggiungendosi come se non ci si preoccupasse di non riempire troppo il carrello vita, una volta entrati ai grandi magazzini.
Sarà, ma un 2 davanti mi suona strano, molto strano.
E' strano il suono, non che cambi qualcosa.
Anzi, posso ben dire che non cambi assolutamente nulla.

Adesso son 20.
Venti carezze, venti ferite, venti cicatrici, venti sospiri di sollievo.
Com'è complicato il tutto.

E rifletterò, molto, anche se già tanti dubbi sulle parole, mi assalgono...

"Posso sopravvivere col pilota automatico, ma vivere è un'altra cosa."

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 20:06
giovedì, 13 settembre 2007


Q
uante cose devo imparare.
Quante, forse, insegnare.
Così, nel bene e nel male.


Mi accorgo quanto difficile possa essere tirarsi su, nel medesimo istante in cui mi rendo conto di non riuscire a sostenere Qualcuno.

E' tutta una questione di nervi da un po' di tempo e, volente o nolente, posso ben dire che non potrei mai essere un campione di Shangai. Sentire irrigidirsi gli arti, far fatica a tenere buono un fastidioso tremolìo, non è altro che l'ennesima condizione di uno stupido cui non bastano fardelli suoi.
Una sigaretta, due, tre.
Così, rilassandomi, ricomincio quel circolo vizioso di pensieri, miei pensieri, mai sfocianti ad una conclusione, né per me stesso, né per chi vorrei.
Non si può parlare di conclusioni, mai. Forse si può azzardare "boe": sì, delle boe galleggianti, come segnali di una svolta, seppur leggera, o come ipotetiche zone di rifugio e di ripartenza, anche se impossibile siano tali.

Mi chiedo, e con questo chiudo, data la mia voglia assente in questo momento, se di aiutare ho bisogno per affermare me stesso, come poi posso trovar conforto nel viver da solo?
Sono sensazioni strane, contrastanti.

Il mio Enigma.
Una risposta esauriente non l'ho ancora trovata.


Fanculo a me.

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 01:53
martedì, 14 agosto 2007


Non sono sicuro tutti possano vedere quel che ho visto e come l'ho visto.
Non è assolutamente da tutti, se non proprio da nessuno, decidere bonariamente in un viaggio da soli. Da soli, sì.
Da solo. Io, me e una valigia. Ah, dimenticavo: tanta voglia di fuggire.
Un viaggio da solo non è altro che una una via di fuga, dai tuoi pensieri, dalle tue situazioni che ti premono troppo. E' un lasciar delle preoccupazioni non sapendo cosa aspettarti. E' una sfida, come il vivere, del resto.
E' triste, direte.
Per me no, non lo è. Perché tutto dipende da come vivi l'eserienza, da quello che cogli e da quello che ti lasci sfuggire. Dipende da come ti muovi e con cosa. Dipende dal tuo essere predisposto o meno.
Oddio, è pur vero che l'essere predisposto presuppone tutta quella storia della fuga e del taglio netto, lo ammetto. Ma non c'è mai una storia che non ne racchiuda dentro un'altra.
L'ho vissuto questo viaggio, nel bene e nel male, l'ho vissuto, credo...

Perché mi son preso paura quando son salito sull'aereo a Fiumicino, diretto a Falconara, dopo lo scalo. Era un aereo piccolo, davvero molto piccolo e, a dirla tutta non è che ispirasse molta solidità, tutt'altro. Aveva le ali montate sul tettuccio e due motori ad elica esterna, sembrando così più un aereo in assetto da guerra. Alla partenza ne aveva avviata solo una e, lo ammetto, mi son spaventato non poco, vedendolo muovere in quella condizione. Poi mi son dato dell'idiota, quando ho capito che la seconda elica si fosse azionata dopo la manovra di ricognizione.

Che belle le nuvole di Ancona, non ne avevo mai visto così...

Atterrare in terra nuova, per me, mi ha lasciato un po' spiazzato. E' difficile dire quanto tempo sia rimasto interdetto ad osservare il piccolo aereoporto prima di decidermi a cercare un succhiasoldi con un'insegnetta sulla macchina che recasse quattro lettere di fila taxi. Ok, succhiasoldi, ma cordiali, quantomeno. E da lì inizia il mio vero e proprio viaggio volto alla disconnessione più totale.
E' stato strano presentarmi all'hotel sbrigando la parte burocratica, ed anche un po' difficile distogliere il pensiero dall'essere fissato come fossi un animale da circo, dato il mio stile "leggermente" da outsider, ma me la son cavata. Anche qui, me la son cavata. Salgo in camera e la trovo più accogliente di quel che avevo immaginato. Mi son sentito felice per la scelta. Una stanza mia, io da solo, senza nessuno a dirmi nulla e, soprattutto, nessun rimprovero sullo stile questa casa non è un albergo!, semplicemente non avrebbero potuto, e la cosa mi ha fatto solo ridere.
Poi...

Ci sentiamo. Ed è stato un attimo.
Perché faccio in tempo ad uscire dall'albergo e togliermi gli occhiali, neri, e la vedo. Era all'angolo del marciapiede, ha sorriso. Anche io, ma era come se l'avessi già incontrata, non so dove, forse in sogno. Ma era come se la conoscessi da una vita. Forse sì, forse no. Era la sensazione che mi ha spiazzato un po': non credevo potesse essere così semplice, tutto ciò.
Mi abbraccia, l'abbraccio. Era solo quello a mancarmi, il contatto. E posso ammetterlo, per quanto possa sembrare assurdo e poco nella norma un pensiero del genere, ma...non l'ho vissuto minimamente come un "incontro", no. Non è stato un abbraccio banale, uno di quei classici abbracci di circostanza, no. L'ho vissuto, ecco. O meglio, l'ho pensato come un briciolo di uno dei tanti abbracci mancati. Mi rendo conto sia una cosa stupida, stupidissima. Ma per me è stato così. Una briciola. Tutto qui, ma intensa. E così anche tutti gli altri.
Purtroppo quel che inizia così, non si sa mai come possa andare a finire. Sai solo che la tua speranza iniziale non si è rivelata vana.
La speranza di vederla, almeno una volta.

Ed il via a piccole esperienze che, vuoi o non vuoi, ti segnano...

Perché raggiungi il monumento del Passetto, quello dedicato ai caduti. Un monumento a pianta circolare che si erge su delle scalinate e, alla sommità, semicoperto da una pseudo copertura cava al centro, sorretta da colonne imponenti, una specie di leggio con un libro aperto. Tutto marmo. E' stata la mia meta preferita. Era strano sedersi in cima, ai piedi del leggìo. Era strano perché da lì vedevi la strada e chiunque, alzando lo sguardo, poteva vederti. Ena sorta di egocentrismo che un tipo non egocentrico poteva permettersi, visto che da lassù ero come staccato dal tutto il resto. Sembrava fossi una realtà a se stante. E poi bastava voltare il capo alle spalle ed eccolo lì, il mare.
E' bello poter vedere il mare, un mare non tuo.
E' bello ascoltare Ludovico Einaudi e le sue composizioni, mentre lo si guarda.
E' bello.
Una sfumatura di verde, quella dell'acqua.
Un celeste chiaro, quello del cielo, limpido e sgombro di nuvole.
E l'orizzonte a congiungerli. Una sottile striscia di un azzurro intenso, un incontro tra quei due colori a suggellarsi in uno, sublimato dal pianoforte che dilettava le mie orecchie.
Perché non c'è immagine migliore di una accompagnata dalle sensazioni di altri sensi.

Perché alla stazione, mentri aspetti il tuo solito autobus, lo noti. Un reietto, uno storpio anziano con un lungo cappotto da marinaio, i capelli grigi lunghi spazzolati maldestramente all'indietro, dandogli l'aria di un leone ormai stanco, le unghia lunghe, forse emblema di una vita non troppo facile. Camminava, claudicante e con quella sua gobba all'altezza della parte alta delle spalle; una gobba che non gli permetteva di alzare il capo, ma di guardare a terra, come alla perenne ricerca di qualcosa.
Mi ha colpito, lo osservavo. Mi sono sentito come lui. Solo. In quel momento io ero lui, lui era me. Lui alla ricerca di qualcosa, a sguardo basso. Io alla ricerca di qualcosa, con sguardo alto, a volte spento, altre attento. Volevo avvicinarmi, ma cominciai a pensare a quella somiglianza, tanto da non accorgermi se ne fosse andato. Per un attimo pensai fosse stata solo un'illusione. Ma poi, lo rincontrai, per caso. Sapevo cercasse cicche per costruirsi un abbozzo di sigaretta. Ne avevo un pacchetto addosso, e esitando un attimo, mi avvicinai davvero. Glielo porsi. Erano si e no tre o quattro sigarette, ma, dopo aver vinto la sua diffidenza, mi accorsi del suo tentativo di alzare lo sguardo, per guardarmi in volto. Mi abbassai un poco io. Uno sguardo spento, ma pieno di gratitudine. Non aveva nulla da perdere lui, non mi sono preoccupato del non dargli fumo. Non ho voluto negargli quella consolazione. Poi andai, sotto lo sguardo incredulo di qualcuno e i risolini di qualche vecchietta. Ma la mia parte l'avevo fatta. Io fantasma, la mia parte l'avevo fatta.

Perché in piazza, seduto al tavolo di un bar qualsiasi, a parlare con il ragazzo che faceva servizio ai tavoli, dato che più o meno avesse la mia stessa età e che poteva indirizzarmi su cosa fare e cosa no in quel di Ancona, mentre sorseggio la solita birra da lui portatami, è tutto un osservare senza sosta.
Osservo la vecchietta che ogni giorno era sulla stessa panchina, delle ragazzine piuttosto emancipate per la loro età, il gruppetto di indiani ronzanti all'internet point lì vicino, i signori altezzosi in pantalone e camicia, formalmente abbottonata concludente con una cravatta, che camminavano con il quotidiano sottobraccio, una bimba che andava su un monopattino a quattro ruote, per il quale ti sembrava impossibile potesse cadere, ma cadeva. Osservavo, e più lo facevo, più sfumature, dal tragico al comico, trovavo. E mi piaceva, tutto ciò.

Perché ogni giorno non potevo non passare delle ore alla Feltrinelli e ogni giorno compare un libro nuovo. Era più forte di me. E leggevo, molto. La sera, quando non potevo uscire, durante il giorno, nei miei posti preferiti. Mi fermavo e leggevo. Fare le tre di notte leggendo e sottolineare sottolineare sottolineare, peché molte cose mi rispecchiavano in quel che leggevo e non volevo dimenticarle. Frasi e parole a tenere compagnia alla mia solitudine, riempiendola e riempiendo anche un'anima.

Perché la pioggia ti prende al'improvviso mentre non te l'aspetti uscendo dall'internet point. Ti trovi un vero fiume in piena davanti e, incredibili goccioloni rimbalzare con furia a 10 cm da terra. E ti vedi perso, perché non sai che fare. Gli autobus la sera diventano sporadici e non puoi perderli, rischi di camminare per ore solo per tornare alla Tana. E allora tu tuffi, letteralmente, visto che, dopo esserti chiesto se mai fosse arrivato Noè e la sua arca per puro caso, non avevi altra via d'uscita.
Zuppo, come un pulcino, ti poni tra la strada e il primo bus, mettendoti in salvo. E sospiri...

Perché, il giorno dopo, la pioggia voleva farmi lo stesso scherzo, ma non mi sono lasciato fregare. Mi ero preparato ben bene, cercando il punto strategico, riparato. Avevo voglia di vedere che effetto facesse una scrollata d'acqua in un altra città che non fosse la mia. Era buffo vedere tutt'a un tratto la gente come impazzita, in preda al raptus del si salvi chi può, gente che alzava le gambe in grandi alcate atterrando con le punte, schizzandosi ugualmente; gente che, con gli infradito, se ne strafregava e preferiva scivolare sulla piazza a mo' di pattinatore, per fare prima; gente che si accalcava sutto un albero; gente che aveva improvvisamente voglia di un caffè e si ritrovava al bar vicino, stracolmo; gente che rideva, gente che urlava, gente che sbraitava in attesa di un bus; ed una anziana signora, come se nulla la sfiorasse, attraversava la piazza, ormai sgombra di tutti, a passo lento, con la sua borsa della spesa ecologia in una mano e l'ombrello ormai rotto nell'altra, col solo conforto del cappellino zuppo in testa, zuppo così come tutta lei stessa. E mi ha incuriosito il suo modo, perché sembrava impartisse una lezione. L'ho colta. Esco dal mio "nascondiglio" e cammino in contro al bus, bagnandomi apposta e gettando un'occhiata a quella signora.

Perché scopri un'Amica, come se la conoscessi da sempre. Lei che non si aspettava una chiamata, ma che alla fine passeranno 3 ore senza accorgercene. Le dico ancora Grazie.

Perché
decidi di andare in un ristorante serio e pranzare civilmente. E godi nel notare come ti guardino con disprezzo per come vesti. Lo sconcerto dei loro sguardi ti fa sentire vivo, come non mai. Non rinunceresti mai più ai tuoi polsini con le borchie, ai tuoi cazoni larghi, alle tue scarpe da skater e a tutto il resto. Mangi e sei soddisfatto.

Perché è la musica a farti compagnia. Tua fedele compagna di viaggio. Camminare per il corso quasi deserto con alle orecchie i Sonata Arctica. Mirare il mare e le sue sfumature cangianti ascoltanto le composizioni di Ludovco Einaudi. Osservare la gente con le parole dei Dream Theater. Poggiarsi ad un muretto con gli Stratovarius che ti spingono a imitare una chitarra virtuale. Correre di rabbia lungo il Viale dela Vittoria spronato dai Children of Bodom...La musica non ti lascia, la musica ti fa vedere tutto in maniera diversa. E' lei che permette di vivere le esperiense sotto altre ottiche.

Perché...

Perché La incontri di nuovo, per caso, senza volerlo. Sei a sguardo basso mentre svolti l'angolo. Lei è sembrata un attimo spiazzata, hai cercato di non farle capire lo avessi notato. Parlate, di lei, di quel che le succede, perché ti sta a cuore. L'accompagni alla fermata del bus, e ti siedi accanto, la guardi mentre ti parla, mentre il suo sguardo si riempie di tristezza e, sorridi amaramente, voltando appena il capo: hai capito che saresti inutile. Così la lasci andare. Il bus svolta. Il suo sguardo è sull'orlo del pianto. Tu ti guardi le punte dei piedi, un attimo, poi parti, di corsa. Corri, più che puoi e speri vivamente che il semaforo diventi rosso e il bus si fermi. E' bello quando alcune speranze non si rivelino vane.
Sali in un balzo e non sai se lei se lo sarebbe aspettato. Ma non la lasci sola, non la lascio sola.

Perché scendi da quel bus e la lasci in buone mani e tu, fingendoti buon turista, prendi una cartina usata due volte, e via in quella parte sperduta. Trovi un Forte, una costruzione risalente a non sai quando e che ormai è interamente un prato verde all'interno. Noti che tre tiologie di esseri viventi di un certo spessore vi risiedono: Cani, padroni, vecchie con stampelle o bastoni. E ti senti fuori luogo, ne hai tutto il motivo. Poi però ti immagini come un randagio in cerca di due stampelle per sostituire i due arti anteriori più corti dei posteriori, e trovi una ragione per far un giro all'interno. Ti godi il panorama, perché quello c'è da lassù.

Perché decidi di riprendere il bus e tornare al punto di partenza. Ma non ce la fai a non aspettarLa, sai sarebbe scesa anche lei lì. Vieni distratto da una chiamata e non ti accorgi del suo arrivo. Volgi il capo e la vedi, spedita, verso casa. Allora chiudi il telefono, immediatamente, salutando mentre cominci a correre, letterlamente. Devi raggiungerla. Lo fai, ci riesci, davanti la madre. E ti imbamboli stupidamente. Porgendo la mano, salutando. E parlate, parla lei. Tu ascolti, perché è quello che sai fare. E provi a parlare, a cercare le parole, che non vengon mai quando servono. E ti chiedi in mente servirebbero? Le tue poi...

Perché arriva il tempo di andare e tornare ad una vita che di soddisfazioni non te ne dà. Arriva il tempo in cui hai voglia di tutto e voglia di niente, di restare ma di ripartire, di giore ma di urlare piangendo [se solo riuscissi ad imparare], di star tranquillo come credevi ma di preoccuparti per Chi Tieni, di sgridare e poi di spronare, di inspirare ed espirare, di inspirare e sospirare, di inspirare e trattenere il fiato, di trattenerlo e poi esalarlo. Hai voglia di vivere e di morire. Hai voglia di vivere e sentir vivere. Hai voglia di morire pur di sentir vivere. E' strano tutto ciò. Tutto e niente. Niente e Tutto. Chi mi spiega?

Ti racconto una storia. E' a lieto fine? No, non ha fine.
Oppure ce l'ha e non la vedo?

Che belle le nuvole di Palermo, nemmeno loro non scherzano, eh! [come se tutto questo avesse un senso]

Ancona ormai è un ricordo, un ricordo agrodolce.
Una città da "vivere" tranquillamente di giorno e, allo stesso tempo, da "morire" traquillamente di notte. Come un fantasma. Tu. IO.

[Marta, non vedo l'ora che tutto si aggiusti per te, davvero. Non sono riuscito a niente. La tua stanchezza diventava volta dopo volta una sconfitta anche per me, te lo dico. Avrei solo voluto vederti sorridere almeno una volta, forse ci son riuscito. Ma ormai credo tutto sia illusione.]


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:19
giovedì, 02 agosto 2007


Benvenuti, benvenuto a me.
Tirate su il sipario, come? Niente da fare? Ovvio, tocca sempre a me, soprattutto se di lavoracci si tratta.
Mh, com'è? Troppo alto, troppo basso?
Poco importa, la mia commedia, tragedia, rappresentazione tragicomica, non può attendere ancora.
Non posso impedirmi di partorirla così, di punto in bianco; significherebbe turare quelle poche valvole di sfogo mi restano. Non so quanto male potrebbe fare, non vorrei scoprirlo. Me lo concedo.

Una domanda, parto con una semplicissima domanda:
Cos'è la vita?
Sì, proprio così. Poche parole a formare una domanda. Una domanda che non si sa quale risposta possa aspettare, figuriamoci il numero di parole.
Provo a dire la mia. Una Prova.
Non dovevamo aspettarci tante e tante e tante parole? Beh, sono molto conciso, per queste cose.
La vita è una Prova.
Una prova, sì...
Non una di quelle gare da strada, fra dilettanti, né quella fra atleti immischiati in puro agonismo. No.
Tutt'altro.
La vita è una Prova.
Una prova ove attori dalla nascita si esercitano, tentano, falliscono, ritentano, hanno successo, falliscono di nuovo, ritrovano una sottile speranza, sorridono, piangono, urlano, ridono...muoiono.
E' un ciclo, un buffo ciclo, ed io lo chiamo Prova.
Perché non è altro che un continuare ad andare avanti tentando di superare tutto, nel bene e nel male.
Non trovate?

Ed io l'ho fatto. E' un annetto che mi sforzo, seriamente.
Ma il ciclo sovrasta beffardo. Perché è davvero così che funziona: quando pensi di venire a capo di qualcosa, ecco che o ti sbagli o subentra qualcos'altro.
Non c'è nulla di così difficile, è un ragionamento che fila, purtroppo.

Ti impegni, a ripristinare un tuo stato di calma interiore che ti manca da non sai quanti anni.
Ti impegni, a trovare rimedio per l'incommensurabile fine del contratto.
Ti impegni, a risolvere incomprensioni che a te stanno a cuore.
Ti impegni e arrivi a sorridere. Perché non ti sembra vero di poter dire cazzo! ce l'ho fatta.
No, non ti sembra vero. Può mai esserlo? Hai ragione, non lo è.

Diatrìbe con i proprietari di casa, disposti a scendere a patti, purché rientrino solo e soltanto nelle loro condizioni. A senso unico, insomma.
Incomprensioni che, come il nome non smentisce, non permettono di capirsi. O se ci si capisce, non si accetta. O se si accetta, si resta tristi. E se si resta tristi, diviene una cosa reciproca. E se divine una cosa reciproca....non so più.
Stato di calma? Sì, quell'utopia l'ho sentita nominare qualche volta, e sinceramente non riesco a ricordare.
Ed il bello di tutto ciò è il solito. Non è altro che il triste meccanismo che guida la Prova, perché altrimenti che prova sarebbe?
Sì, funziona così, ormai lo so.
Infatti non mi sembra più strano se, superandone una, mi si ritorce contro l'altra e se riaddrizzo l'altra, deve assolutamente regredire quella di prima. Se poi in questo giochetto subentra anche la terza istanza, non resta solo che stare seduti su quella poltroncina e osservare, lo spettacolo. Osservarlo, forse impassibile. Nell'attesa che il sipario si chiuda.
Che si chiuda, da solo. Nè altri nè io a toccarlo. Da solo.

Sorrido, perché qualsiasi cosa io faccia, sarà irrimediabilmente errata.

PS: Posso permettermi solo qualche Grazie. Per le parole. Per i brevi incontri. Per il tempo che si perde con me. Riesce a distrarmi. Ma lo spettacolino continua....

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