ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:00
giovedì, 07 agosto 2008


Sono le 18.06.
Un senso di intontimento generale ti rende immune alla recezione dei caratteri spazio-temporali del luogo: Non riesci a capire dove sei, che stai facendo e da quanto.
Ti dimeni lentamente e dal suono capisci sia uno strusciar via di lenzuola o coperte.
Stringengo gli occhi e riaprendoli, cerchi di abituarti a quella stupida penombra rotta soltanto da bizzarri getti di luce entranti dalle tapparelle a creare altrettanti giochetti bizzarri sulla parete opposta e su te.
Scuoti la testa, passi la mano a ravviarti i capelli e ti fermi, di colpo. Guardi la porta, chiusa. Guardi l'armadio. Guardi la finestra. Una scrivania...il resto. Sì, finalmente capisci quella sia la tua camera, la tua roba, e che ti sei drasticamente spento in un sonno profondo. Non ti rendi conto ancora del perché ti ritrovi lì disteso e a tentoni cerchi un fottutissimo orologio, una sveglia, o un aggeggio simile, che, quando meno è opportuno, fa la sua comparsa sempre in mezzo ai piedi pronto a suonare. Lo trovi dopo qualche secondo, e un'altra mezza scoperta è tua: sei lì da due orette circa.
Lo sforzo che fai per metterti a sedere ai piedi del letto ti rende un po' perplesso; stai pian piano invecchiando, sì, precocemente pian piano, e sogghigni piegandoti a guardar il pavimento, lasciando il collo penzolare senza resistenza.
Adocchi ancora una volta la porta e, ti metti in piedi spingendoti verso essa, pronto ad uscir ed avviarti verso la bastarda sensazione di passare dal buio alla luce di un corridoio. Molto suggestivo, ti dici, ma passando sbatti spontaneamente la spalla sullo spigolo della porta e..molto suggestivo, ma poco reale, concludi.
Ti ficchi in bagno senza curarti ci fosse qualcuno da salutare o insultare o semplicemente guardare e chiudi la porta dietro di te ad una mandata. Blu, troppo blu, pavimento blu, piastrelle a richiami blu, tovaglie blu. Mettiti a bere rocchetta e uliveto, rimani bello fuori e pulito dentro, vivi bene e resti in forma e puoi sentirti orgogliosamente nazionale. Ricacci la stronzata chiudendo gli occhi e scrollando il capo, mentre apri il rubinetto, lasci scorrere l'acqua nella piccola voragine che si diparte dal lavandino.
Scorre, un getto, freddo, desideroso di esser toccato, carezzato. Lo fai. Le tue mani si lasciano bagnare e immergere incuranti di schizzi; il tuo viso reclama e loro capiscono, a volte sembrano essere delle brave dipendenti. E godi di quella breve sensazione di affogare e scivolare via nella frescura, godi del tocco delle tue mani quasi fossero schiaffi, godi dei capelli pittosto impertinenti a caderti sul viso attaccandovisi gelosi. Riimmergi le mani, e le carichi d'acqua per render giustizia al resto della tua processione di capelli sulla tua testa. Resti un po' così, in bilico fra un qualcosa che sei e qualcosa che non senti, resti un po' così e chiudi il rubinetto a testa china.
Quando ti rialzi, di scatto, ti gira la testa, senti un po' freddo e le gocce cominciano a dar fastidio. Decidi di scrollarti e di cacciarle via in malo modo, senza curarti di inondare altrove.
Ed esci, esci da quel luogo forse calmo, forse troppo ospedaliero.
Ed esci e ti domandi: Dove vado?
Dove vai? Non ne hai idea, hai da ritrovare qualcosa, hai da parlare a te, hai da imparare a parlare con te prendendotene cura.
Ma per quale strafottutissimo motivo? Forse ti serve per imparare a prenderti cura di altri.
Sogghigni, pensando che in fondo non sai nemmeno come cominciare.
Quella sensazione di buoi e luce ti accompagna e vorresti cacciarla.
Quello sguardo spento e perso ti guida, e per una volta desideresti un marocchino a lavarteli anche ad un semaforo, magari darebbe l'impressione di piangere.
Quella sporca sensazione di perenne caduta si riimpossessa di te, ti fa sentire di più l'infame forza di gravità e cerchi un modo per tener su le spalle.
Quel senso di profonda solitudine si prende gioco di te, lasciandoti star bene, ma imprimendoti una stupida paura per la tua incapacità ad avvicinare qualcuno senza rovinare tutto.
Quel pensare al rovinare tutto ti tira un attimino più in giù, non lasciandoti camminare e con un groppo alla gola e allo stomaco.
Prendilo a pugni il tuo stomaco, stringi la cintura di un punto, ficcati addosso una qualsiasi maglietta, arraffa il tuo i-pod e và via.
Và via
Và via
Và via...
Dove?
In strada. Dietro una statua. Ovunque. In qualsiasi luogo che non faccia pesare questo senso di non appartenenza.
Non sarai forte, ma sarai astuto o, quanto meno, astutamente idiota.


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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 17:31
giovedì, 14 febbraio 2008


A volte, per quanto possa sembrarti assurdo, servirebbe solo un po' di dolcezza...

A volte, sono proprio queste piccolezze, poche parole una appresso all'altra, che ti fanno capire: stai cambiando.
Sto cambiando...
Non immaginavo fosse talmente brutto accorgersene così, inaspettatamente.
Non immaginavo occoresse un errore per capirlo.
Non immaginavo potesse sfuggirmi, visto che spesso mi viene da domandarmi chemisuccede.
Eppure si è presentata l'occasione, come un muro a mezzo passo da te al quale non fai in tempo a dire celafaccioagirare.
Si è presentata come una verità cruda, un pugno allo stomaco, come altri sì, ma che sembra perforarlo...

Mi riscopro diverso, staccato.
Mi riscopro nuovamente entità lungi da non so cosa, ma che riesce a ferire.
E dà rabbia notare che, in fondo, le persone che si posson ferire son proprio quelle cui si tiene veramente.

COSA CAZZO MI SUCCEDE?

Mie ricadute? No, le riconosco ormai.
Questo mi sembra qualcosa di più radicato, non estirpabile. Un processo che non so da chi o cosa derivi. Un male, che, come un cancro, mi ruba pian piano.
Mi porta via....da me.
Sono io?
Adesso, sono io?
Come potrei più esserne convinto...?

Oggi, come non bastasse, leggevo un libro, regalatomi:
Jack Frusciante esce dal gruppo.
Mi aveva coinvolto, cominciavo a vedere con gli occhi di Lui, Alex, ostinandomi a legger Ale.
Mi immedesimavo nella sua storia, da adolescente scazzato come molti, alle prese con una situazione un po' particolare.
Poi una lettera, un bigliettino per lui.
Leggendolo mi son trovato a chiudere il libro.
Non avevo più la forza di continuare, e non mi era mai capitato.
Ho scelto il momento sbagliato, sperando che leggere mi potesse distrarre.
Proprio il momento sbagliato...

QUANTE COSE SBAGLIATE...

Ho Voglia di strafarmi.
Non so come.
Ho Voglia di strafarmi e qualcosa troverò.



VOGLIO LA MENTE LIBERA, UN ATTIMO SOLO.


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categoria : stranezze, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:09
martedì, 01 gennaio 2008


Sad New Year?
Me lo domando sistematicamente ogni sacrosanto anno.
Non so se sia sfiducia per l'avvenire, ma, sicuramente, è la mancanza di voglia di fare un resoconto degli ultimi fottutissimi 365 giorni, per cercare un arpiglio e dire andràmeglioandràmeglio auguriameauguriate.

Sad New Year?
Mi colpisce un senso di sconforto sistematicamente ogni sacrosanto anno.
Ed è tristezza, semplice tristezza.
Una tristezza per questa ciclicità monotona di giorni uguali chiamati sempre con gli stessi nomi, che durano le stesse ore, gli stessi minuti, gli stessi secondi.

Sad New Year?

Quest'anno no, mi sta stretto. Voglio provare a spronarmi e allora, su.
Respiro, respiro. Fanculo, respiro. Fanculo, fanculo. Respiro, fanculo.

Che anno è stato il 2007? Mh, vediamo....

Un anno di novità, forse. Università, vita da studente, da solo in un appartamento diviso con due coinquilini. Conoscenze, amicizie, brevi e lunghe. Vario.

Un anno di sofferenze e dispiaceri. Litigi con le più svariate persone. Fallimenti. Delusioni.

Un anno di co
incidenze. Abbandoni cadenti il settimo giorno, due volte.

Un anno di viaggi, insoliti, da solo.

Un anno di gioie. Gioie brevi, di attimi. Gioie intense, ma effimere. Di una Gioia che tengo stretta, perché rara, perché...Mia, così, complicatamente...

Un anno che mi dà rabbia.
Un anno che mi dà tristezza.
Un anno che mi fa sorridere, poco.
Un anno che mi vede apatico.
Un anno che mi vede attivo.
Un anno che mi vede il Me solito.
Un anno che vede un nuovo Me.
Un anno di solitudine.
Un anno di brevi compagnie.

Sad New Year?
...vedrò.
In fondo...

Me la caverò
proprio come ho sempre fatto,
con le gambe ammortizzando il botto.
Poi mi rialzerò
ammaccato, non distrutto,
basterà una settimana a letto.
Poi verrà da se...
ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime,
ci sarà anche qualche sera in cui starò per cedere,
ma poi piano piano tutto passerà...
senza accorgermene tutto passerà
.


Passerà, sì.
Anche questo momento mi passerà...

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 11:48
domenica, 04 novembre 2007


Concert in Theater, She in Dream.

E' tutto quello che mi vien da dire così, di prim' acchito, della mia trasferta milanese.
Una frase. Una sola frase è come se riuscisse a riassumere cinque giorni interi insieme a tutti i loro momenti dolci o soffocanti.
Ma mi sforzerò a cavar un po' di più...

Un viaggio come un altro, forse questa volta con un intento un po' diverso, o del tutto, dipende dai punti di vista.
Un viaggio che mi vede errabondo in una grande città, io ed io soltanto, come se ormai c'avessi fatto l'abitudine.
Un viaggio che mi avrebbe portato a gustarmi la musica live dei Dream Theater, a saggiare la bravura del mio guidar hero preferito, Petrucci, e quella sorta di pseudo pazzia che prende Portnoy quando si ritrova con un paio di bacchette in mano.

Un viaggio dal sapore inaspettato...

Perché
, la sera del tuo arrivo, alla stazione centrale prendi un taxi per evitar il rischio di perdersi da subito e ridere da solo di se stesso. Adocchi dei taxi, ma poi ti fidi dell'extracomunitario abusivo. Gli dici dove vuoi essere portato e lui in quattro e quattr'otto c'arriva. Scoprirai solo alla luce del sole che ti sarebbe bastato attraversare la piazza e la strada. Poi, chiedendogli informazioni su come trovar altri taxi durante il soggiorno, lui un po' riluttante ti dà un numero di telefono -Bravo amico, salvalo e scrivici Aldo -

Perché, una volta in stanza, mi accorgo di come essa sia altamente in linea con il tuo ideale di stanza: piccola, su misura. Un armadio funzionale appena entrati sulla sinistra e un muretto a separarlo dal letto che vien subito dopo. Ai suoi piedi, poi, un frigobar che, per quanto sappia di non doverlo utilizzare, la curiosità mi spinge ad aprire velocemente e sbirciarvi dentro. A destra del letto, ad un passo di distanza un piccolo scrittoio pronto all'uso, con carta da lettera, buste, bigliettini e penne ad aspettare poggiate lì, al centro. Un vasetto con un ornamento floreale si accosta a loro, discretamente sull'angolo destro più lontano. Sulla parete, sopra lo scrittoio, un grande specchio dalla cornice signorile che spezza con la tinta rasserenante del resto. Di fronte ad esso, un quadro, abbastanza grande, in toni cangianti dal rosso al violetto, dal giallo al blu, con qualche tocco di nero qua e là, stava lì con i suoi motivi astratti ma ben messi insieme. Sull'angolo in fondo, una poltroncina azzurra stava sotto la televisione montata su una mensolina a muro. Il bagno non si dimostra diverso dalla camera: piccolo e funzionale. Insomma, un nido fattoti su misura.

Perché, il mattino seguente, immerso per la prima volta seriamente nel via vai della stazione milanese, sei colto da un leggero attacco di panico. Tutto troppo grande e veloce, seppur apparentemente organizzato. Respiri a fondo, non puoi lasciarti coinvolgere. Allora ti ficchi in testa l'obiettivo di racimolare le informazioni che servono, anche se, gli sportelli informativi non sembrano competenti. Tant'è che le troverai solo sul campo nel momento cruciale.

Perché, le ore non sembrano passare. Forse nemmeno i minuti, se vogliam dirla tutta. Stai parcheggiato su un blocco in cemento nei pressi del parco taxi davanti alla stazione e fissi incessantemente l'entrata della metrò e i
nevrotici metropolitani immortalati in statue sulla piazza, ora col rosso ora col giallo ora col grigio ora col blu. Li fissi e li alterni all'orologio del tuo telefono, perennemente 5 minuti indietro. Arriverà?

Perché
, si guardava attorno spaesata come qualcuno che non sa cosa cerchi, quando ti  avvicinavi alle spalle, furtivo. Eppure riesce a girarsi in tempo, per non esser colta di sorpresa. Un abbraccio soltanto ed un finalmente sussurrato per quei pochi istanti.

Perché, girovagare per milano con una milanese può risultare deleterio e allora speri soltanto di trovare qualche buon tedesco che ti indichi lui la strada, ma, si sa, inspira profondamente e vai avanti. Così, farla ridere per impacciataggini alla metrò con quel biglietto inserito male, con l'aver sbagliato fermata due e più volte, con l'assecondarla in quel che si può, si comincia a far tardi. A dirla tutta le 18.00, quando arrivati al Forum, sembrava l'inizio di un deserto colmato solo da voi e da venditori ambulanti di maglie e magliette [Fai scorta]. Ma poi, svoltando l'angolo, ti accorgi che l'ingresso era da tutt'altra parte e un'immensità di gente era già accalcata in attesa di entrare. La guardi e lei dice di aver paura di te. Rabbia repressa ed istinti omicidi vengon messi da parte, pur conservando un discreto nervosismo, ed esorcizzi il tutto osservandola con la sola scusa di volerne fare il pieno.

Perché, entrando, hai cercato un posto da cui si vedesse bene, ma allo stesso tempo un po' lontano e, forse avresti sperato di rimanere là, solo, con lei. Ti guardavi attorno con fare investigativo, controllando chiunque s'avvicinasse. Te lo ha fatto notare. Ti sei stretto nelle spalle, continuando.
Poi le luci si abbassano, i primi boati si fanno largo e ben presto l'aria che si respirava non è stata più la stessa.
Era Musica. Era Paradise Lost.
E tu...eri lost sul serio, rapito da un ritmo che conoscevi solo in cuffia. La tua gamba andava su e giù, col piede poggiato sul bracciolo del posto avanti, gli occhi spaziavano fra il palco a mirare la velocità di Romeo, la scenicità del cantante e tutto il resto. Poi però tornavano a lei, furtivi, e vi si posavano un po', sperando che fra le tue braccia lei non se ne fosse accorta, sbagliandoti.
Il tempo era diventatà un'entità del tutto relativa, più di quanto non lo sia già di suo:
Era fermo o quasi, forse viaggiava così lentamente da esser fin troppo silente, quando pensavo a lei o quando la sfioravo con lo sguardo.
Era incalzante e palesamente infame nel divorar le note tutte di seguito, rendendoil tutto più breve.
Tant'è che dopo appena tre quarti l'atmosfera sembra sfatarsi, le luci si riaccendono.
Si sfata l'atmosfera della Musica, si conserva la tua atmosfera.
Parole, brevi, spesso fatte più di piccole sfide idiote e autolesioniste che ti costringeranno a metter una fascia in fronte stile rambo, saranno ghigni sberleffi, saranno tutto, e poi...
...Un semaforo in alto sul palco, quando tutto quel che c'era da smontare è stato smontato.
Un semaforo che da rosso, passa a giallo, e le luci ricominciano ad abbassarsi e la musica comincia il suo sottofondo e i boati si rialzano e tu la riguardi e lei ti accusa ancora una volta.
Un semaforo adesso verde, e il telo nero cade a terra, lasciando un esplosione di suoni e luci, uno schermo gigante ad attendere alle spalle di loro, tutti e 5, nelle loro posizioni solite.
Al centro campeggia quella che sembrerebbe una stanza intera ed è solo una batteria con Mike Portnoy pronto a far strage di ritmo e sputi, alla destra lui, John Petrucci che non s'è fatto attendere con i suoi assoli, così come Jordan Rudess alle sue tastiere che non è stato da meno, a sinistra l'imprescrutabile e piuttosto serioso John Myung al basso, e James Labrie con la sua voce altamente discussa, a muoversi a destra e manca, a sollecitare e a coinvolgere a più non posso.
E' stato strano vederli dal vivo, è stato strano soprattutto non essere da solo a vederli dal vivo.
E' stato strano.
E così, mentre le loro note, i loro assoli, la voce di LaBrie, e le luci continuavano il loro gioco scenico, tu, pensavi ad altro.
Eri lì per veder loro, ma alla fine hai capito che non avevi bisogno di un'ulteriore prova per saggiare la loro bravura, tant'è che ti sei limitato a guardarli appena, forse nei momenti cruciali soltanto, lasciando libere solo le orecchie e spostando la tua attenzione su Altro.

Perché, il giorno dopo, mentre tutti ti dicono che a Milano fa freddo, che devi portarti di tutto e di più, indossi solo una felpa, sotto la pioggerella, mentre passeggi e scovi luoghi su luoghi, maledicendo chi di dovuto e il fatto che avresti benissimo potuto portare metà della valigia che ti sei trovato come fardello. E così hai tastato la pioggia lombarda, e così hai respirato quell'aria, e così sei rimasto il pomeriggio ad osservare dalla finestra, i goccioloni sempre più grandi...

Perché, la mattina hai fatto tuo l'andare in metrò, tanto da esser preso come guida da giapponesine e cinesine di sorta non tanto pratiche. Ti sei ritrovato al duomo, in piazza duomo. Una telefonata a parlottar con un povero disgraziato che t'ha piantato là e poi un tuo esprimerti in termini filosofici ma non poetici, non poetici ma efficaci [Davanti al duomo mi sento piccolo come una merda messa insieme da dieci piccioni...]. Hai sondato la zona, perché sapevi ti sarebbe tornato utile. Hai anche capito che la metro non era fatta di fermate inverosimilmente lontane e che i milanesi son piuttosto comodi da un certo punto di vista.
Poi arriva l'ora, tarda, ma arriva, e lei fa capolino al luogo prestabilito e subito intimato a dover odiare qualcosa che non avrei potuto odiare in quel frangente: lo shopping milanese.
E allora di seguito dal duomo ad irradiarsi per le vie a est, nord, sud e ovest. Fermandosi a ridere ad una vetrina o a commentare qualche articolo, o a farsi filmini mentali su "quel capello da papera in testa ti starebbe benissimo!". Tocca anche al disney store e ai suoi articoli dei più svariati, che non sto qui a dire cosa hai dovuto indossare mentalmente e poi esser costretto a metter sul serio, solo per puro istinto a salvaguardar un'immagine, seppur già ridicola, di te.
Poi la via che porta al castello, poi verso cardona, la stazione.
Sopportando ora l'inebriante profumo di una saponeria, ora insegne e vetrine di diverso genere, si giunge alla stazione.
Non volevi tornarci, purtroppo lei sì.
Allora si fa la fila per un biglietto per il treno che da lì a 10 minuti sarebbe andato e tu, senza aspettare di più, tiri fuori quella maglia, per lei. Quella maglia che t'ha fatto penare per riuscire a realizzarla, che avevi paura di non farla in tempo, invece ti sei sbagliato. Si è stupita...
E la saluti.
E torni al duomo, da solo, passandovi il resto della serata prima di rintanarti al nido e scoprire di aver a disposizione sky e poter vedere una stupidissima partita ma che t'ha fatto ricordare che di gufo ce n'è uno...come te non ce n'è nessuno.
E t'addormenti, tranquillo...

Perché, l'1 novembre sembrerebbe giorno di festa e così tu ti comporti. ancora una volta al duomo, da solo, ad osservar le consuoetudini del luogo, i piccioni a far da padrone, il loro svolazzar basso tanto da riuscire persino a centrarti con un'ala. Torni a cercar un buon ristorante per te, poca gente, dai il meglio di te, forse era come volersi abituare ad esser osservato in un luogo del genere per come sei vestito e poi pagare come chiunque altro, chissà. E' però certo che ha preferito, dopo quello, tornare in camera a cercare qualcosa di più sobrio; cosa che sei riuscito a vedere in una maglia marrone da metter sopra i tuoi larghissimi jeans e le tue scarpe da skater nere.
Ti sei avviato alla stazione cadorna, ed hai aspettato lì, poggiato su una delle macchinette che controllavano il passaggio della genta dalla stazione ai binari, fissando a sguardo spento ora a destra ora a sinistra, in lontananza. Poi arriva un treno e speri con tutto te stesso che sia proprio quello.
Lo era. Infatti eccola. Non si accorge di te, ma sei tu il primo a notarla e allora sembri rivitalizzarti e trovar la forza di spostarti da lì per andarle incontro. -E' tanto che aspetti? -. -No, sarà una mezzoretta al massimo... - . Quando invece eri consapevole che forse erano quasi due ore che stessi lì, inebetito. E allora si va, affidandosi a lei e al suo senso d'orientamento.
-Andiamo a Corso Buenos Aires...quindi ci fermiamo a Garibaldi prima, prendiamo la verde...-
-Sicura...? Va beh, mi fido. -
Morale della favola, arriviamo a Garibaldi per scoprire non solo di aver sbagliato fermata, ma soprattuto proprio linea della metro.
La guardo, i suoi indici si congiungono. Scuoto la testa e mi eleggo nuova guida, portandola finalmente a P.ta Venezia e al Corso prefissato.
Anche lì camminare, parlare, non fai caso alle tue gambe in fiamme, e ai tuoi polpacci che speravi tanto avessero solo dei bei cagnoni avvinghiati contro e non dei grilli parlanti, tanto da renderli insostenibili.
E i giardini...
E la panchina, quella solo quella, scelta con cura...
E il commentare lo sfruttamento di due poveri pony con te che continuavi a ripeterle -Mo ti fai un giro tu lì sopra... - ed un ma anche no immancabile ad accompagnar le tue parole...
E quello scocciatore del 3, 4 euro....2, 3 euro. Per concludergli in faccia un bel 3, 3 euro, e una volta convinto sputtanargli il fatto di...soltanto una ne voglio...1, 1 euro...mercanteggiando s'impara....
E l'imbrunirsi...
E il non volerti alzare...
Ah, anche la merda sulla mano di quella povera mammina che a te sembrava essersi fatta male ma che poi vi ha strappato solo risate...
E il non volerla lasciare...

Ma vi siete alzati comunque e avete deciso di tornare al Duomo, al cinema. Prendere i biglietti e appurare di aver il tempo per una cena.
- Fammi cercare un bel posto...-
- Ma va bene pure un Mc Donalds, guarda quanti ce ne sono! -
- Ho detto cena, non un "andiamo al fast food"... -
E trovi un posto alle gallerie e controlli il loro menù, sembra abbastanza importante. Aspetti conferma, che arriva titubante. Vi accomodate davanti la vetrata, osservati sempre per come esser vestiti in quell'occasione. Tu ne ridi, lei si vergogna da morire, ma la rassicuri e, anzi, la punzecchi come tuo solito [ Preferisci  esser fissata così? O un solo sguardo...? ].
Così anche quel momento pian piano sfuma e, come al solito uscendone a testa alta, vi avviate al cinema.
Ratatouille.
Uno di quelle animazioni in 3d che ti fanno ridere sul serio, ma che ti lasciano qualcosa oltre la risata.
Vi accomodate, ma la convinci che vai a prendere qualcosa da sgranocchiare e torni.
Pop corn, ovviamente.
Al ritorno, noti che lo spazio delle poltroncine è troppo piccolo per posarvi il pacco.
- Ecco, non ci entrano, destino che dovranno cadere per forza... -
- Ma non ti preoccupare! -
E finisce che si riversano davvero per terra, e tu, scuotendo la testa la guardi ridere e cercare di recuperarne un po' e scattare col suo telefonino foto incriminate.
E anche qui per te si ripete il tutto, non sai a cosa pensare prima.
Non sai cosa dimostrare prima...fai una tua scelta.

E poi lungo la via verso il duomo...
E poi lungo la via verso cardona, a guardare i fotogrammi di animali strani [es. una medusa che vive con i tentacoli in su, ma che mi disegnano come una normale medusa]
E poi il taxi, e i silenzi che scendon pian piano, perché per te era inevitabile e lei lo aveva capito.
E poi la lasci sotto casa...
E poi il ritorno in albergo, appena sul letto un messaggio che non avresti voluto leggere.

Perché, è l'ultimo giorno e sei di nuovo da solo; forse è stato meglio così, ed hai imparato.
Hai imparato quanto un rimpianto sia peggiore di un rimorso.
Hai imparato che alcune tue questioni di principio non sempre servono.
Hai imparato che, per te, qualunque tentativo di recuperare il rimpianto a posteriori, è futile, non uguale a come avresti voluto.

Hai imparato che...

...sono esperienze da fare.

Grazie, Bimba.
Sai cosa vorrei dirti, ricordalo e tienitelo per te

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:03
mercoledì, 03 ottobre 2007


Sì, un anno se ne va, aggiungendosi come se non ci si preoccupasse di non riempire troppo il carrello vita, una volta entrati ai grandi magazzini.
Sarà, ma un 2 davanti mi suona strano, molto strano.
E' strano il suono, non che cambi qualcosa.
Anzi, posso ben dire che non cambi assolutamente nulla.

Adesso son 20.
Venti carezze, venti ferite, venti cicatrici, venti sospiri di sollievo.
Com'è complicato il tutto.

E rifletterò, molto, anche se già tanti dubbi sulle parole, mi assalgono...

"Posso sopravvivere col pilota automatico, ma vivere è un'altra cosa."

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 01:53
martedì, 14 agosto 2007


Non sono sicuro tutti possano vedere quel che ho visto e come l'ho visto.
Non è assolutamente da tutti, se non proprio da nessuno, decidere bonariamente in un viaggio da soli. Da soli, sì.
Da solo. Io, me e una valigia. Ah, dimenticavo: tanta voglia di fuggire.
Un viaggio da solo non è altro che una una via di fuga, dai tuoi pensieri, dalle tue situazioni che ti premono troppo. E' un lasciar delle preoccupazioni non sapendo cosa aspettarti. E' una sfida, come il vivere, del resto.
E' triste, direte.
Per me no, non lo è. Perché tutto dipende da come vivi l'eserienza, da quello che cogli e da quello che ti lasci sfuggire. Dipende da come ti muovi e con cosa. Dipende dal tuo essere predisposto o meno.
Oddio, è pur vero che l'essere predisposto presuppone tutta quella storia della fuga e del taglio netto, lo ammetto. Ma non c'è mai una storia che non ne racchiuda dentro un'altra.
L'ho vissuto questo viaggio, nel bene e nel male, l'ho vissuto, credo...

Perché mi son preso paura quando son salito sull'aereo a Fiumicino, diretto a Falconara, dopo lo scalo. Era un aereo piccolo, davvero molto piccolo e, a dirla tutta non è che ispirasse molta solidità, tutt'altro. Aveva le ali montate sul tettuccio e due motori ad elica esterna, sembrando così più un aereo in assetto da guerra. Alla partenza ne aveva avviata solo una e, lo ammetto, mi son spaventato non poco, vedendolo muovere in quella condizione. Poi mi son dato dell'idiota, quando ho capito che la seconda elica si fosse azionata dopo la manovra di ricognizione.

Che belle le nuvole di Ancona, non ne avevo mai visto così...

Atterrare in terra nuova, per me, mi ha lasciato un po' spiazzato. E' difficile dire quanto tempo sia rimasto interdetto ad osservare il piccolo aereoporto prima di decidermi a cercare un succhiasoldi con un'insegnetta sulla macchina che recasse quattro lettere di fila taxi. Ok, succhiasoldi, ma cordiali, quantomeno. E da lì inizia il mio vero e proprio viaggio volto alla disconnessione più totale.
E' stato strano presentarmi all'hotel sbrigando la parte burocratica, ed anche un po' difficile distogliere il pensiero dall'essere fissato come fossi un animale da circo, dato il mio stile "leggermente" da outsider, ma me la son cavata. Anche qui, me la son cavata. Salgo in camera e la trovo più accogliente di quel che avevo immaginato. Mi son sentito felice per la scelta. Una stanza mia, io da solo, senza nessuno a dirmi nulla e, soprattutto, nessun rimprovero sullo stile questa casa non è un albergo!, semplicemente non avrebbero potuto, e la cosa mi ha fatto solo ridere.
Poi...

Ci sentiamo. Ed è stato un attimo.
Perché faccio in tempo ad uscire dall'albergo e togliermi gli occhiali, neri, e la vedo. Era all'angolo del marciapiede, ha sorriso. Anche io, ma era come se l'avessi già incontrata, non so dove, forse in sogno. Ma era come se la conoscessi da una vita. Forse sì, forse no. Era la sensazione che mi ha spiazzato un po': non credevo potesse essere così semplice, tutto ciò.
Mi abbraccia, l'abbraccio. Era solo quello a mancarmi, il contatto. E posso ammetterlo, per quanto possa sembrare assurdo e poco nella norma un pensiero del genere, ma...non l'ho vissuto minimamente come un "incontro", no. Non è stato un abbraccio banale, uno di quei classici abbracci di circostanza, no. L'ho vissuto, ecco. O meglio, l'ho pensato come un briciolo di uno dei tanti abbracci mancati. Mi rendo conto sia una cosa stupida, stupidissima. Ma per me è stato così. Una briciola. Tutto qui, ma intensa. E così anche tutti gli altri.
Purtroppo quel che inizia così, non si sa mai come possa andare a finire. Sai solo che la tua speranza iniziale non si è rivelata vana.
La speranza di vederla, almeno una volta.

Ed il via a piccole esperienze che, vuoi o non vuoi, ti segnano...

Perché raggiungi il monumento del Passetto, quello dedicato ai caduti. Un monumento a pianta circolare che si erge su delle scalinate e, alla sommità, semicoperto da una pseudo copertura cava al centro, sorretta da colonne imponenti, una specie di leggio con un libro aperto. Tutto marmo. E' stata la mia meta preferita. Era strano sedersi in cima, ai piedi del leggìo. Era strano perché da lì vedevi la strada e chiunque, alzando lo sguardo, poteva vederti. Ena sorta di egocentrismo che un tipo non egocentrico poteva permettersi, visto che da lassù ero come staccato dal tutto il resto. Sembrava fossi una realtà a se stante. E poi bastava voltare il capo alle spalle ed eccolo lì, il mare.
E' bello poter vedere il mare, un mare non tuo.
E' bello ascoltare Ludovico Einaudi e le sue composizioni, mentre lo si guarda.
E' bello.
Una sfumatura di verde, quella dell'acqua.
Un celeste chiaro, quello del cielo, limpido e sgombro di nuvole.
E l'orizzonte a congiungerli. Una sottile striscia di un azzurro intenso, un incontro tra quei due colori a suggellarsi in uno, sublimato dal pianoforte che dilettava le mie orecchie.
Perché non c'è immagine migliore di una accompagnata dalle sensazioni di altri sensi.

Perché alla stazione, mentri aspetti il tuo solito autobus, lo noti. Un reietto, uno storpio anziano con un lungo cappotto da marinaio, i capelli grigi lunghi spazzolati maldestramente all'indietro, dandogli l'aria di un leone ormai stanco, le unghia lunghe, forse emblema di una vita non troppo facile. Camminava, claudicante e con quella sua gobba all'altezza della parte alta delle spalle; una gobba che non gli permetteva di alzare il capo, ma di guardare a terra, come alla perenne ricerca di qualcosa.
Mi ha colpito, lo osservavo. Mi sono sentito come lui. Solo. In quel momento io ero lui, lui era me. Lui alla ricerca di qualcosa, a sguardo basso. Io alla ricerca di qualcosa, con sguardo alto, a volte spento, altre attento. Volevo avvicinarmi, ma cominciai a pensare a quella somiglianza, tanto da non accorgermi se ne fosse andato. Per un attimo pensai fosse stata solo un'illusione. Ma poi, lo rincontrai, per caso. Sapevo cercasse cicche per costruirsi un abbozzo di sigaretta. Ne avevo un pacchetto addosso, e esitando un attimo, mi avvicinai davvero. Glielo porsi. Erano si e no tre o quattro sigarette, ma, dopo aver vinto la sua diffidenza, mi accorsi del suo tentativo di alzare lo sguardo, per guardarmi in volto. Mi abbassai un poco io. Uno sguardo spento, ma pieno di gratitudine. Non aveva nulla da perdere lui, non mi sono preoccupato del non dargli fumo. Non ho voluto negargli quella consolazione. Poi andai, sotto lo sguardo incredulo di qualcuno e i risolini di qualche vecchietta. Ma la mia parte l'avevo fatta. Io fantasma, la mia parte l'avevo fatta.

Perché in piazza, seduto al tavolo di un bar qualsiasi, a parlare con il ragazzo che faceva servizio ai tavoli, dato che più o meno avesse la mia stessa età e che poteva indirizzarmi su cosa fare e cosa no in quel di Ancona, mentre sorseggio la solita birra da lui portatami, è tutto un osservare senza sosta.
Osservo la vecchietta che ogni giorno era sulla stessa panchina, delle ragazzine piuttosto emancipate per la loro età, il gruppetto di indiani ronzanti all'internet point lì vicino, i signori altezzosi in pantalone e camicia, formalmente abbottonata concludente con una cravatta, che camminavano con il quotidiano sottobraccio, una bimba che andava su un monopattino a quattro ruote, per il quale ti sembrava impossibile potesse cadere, ma cadeva. Osservavo, e più lo facevo, più sfumature, dal tragico al comico, trovavo. E mi piaceva, tutto ciò.

Perché ogni giorno non potevo non passare delle ore alla Feltrinelli e ogni giorno compare un libro nuovo. Era più forte di me. E leggevo, molto. La sera, quando non potevo uscire, durante il giorno, nei miei posti preferiti. Mi fermavo e leggevo. Fare le tre di notte leggendo e sottolineare sottolineare sottolineare, peché molte cose mi rispecchiavano in quel che leggevo e non volevo dimenticarle. Frasi e parole a tenere compagnia alla mia solitudine, riempiendola e riempiendo anche un'anima.

Perché la pioggia ti prende al'improvviso mentre non te l'aspetti uscendo dall'internet point. Ti trovi un vero fiume in piena davanti e, incredibili goccioloni rimbalzare con furia a 10 cm da terra. E ti vedi perso, perché non sai che fare. Gli autobus la sera diventano sporadici e non puoi perderli, rischi di camminare per ore solo per tornare alla Tana. E allora tu tuffi, letteralmente, visto che, dopo esserti chiesto se mai fosse arrivato Noè e la sua arca per puro caso, non avevi altra via d'uscita.
Zuppo, come un pulcino, ti poni tra la strada e il primo bus, mettendoti in salvo. E sospiri...

Perché, il giorno dopo, la pioggia voleva farmi lo stesso scherzo, ma non mi sono lasciato fregare. Mi ero preparato ben bene, cercando il punto strategico, riparato. Avevo voglia di vedere che effetto facesse una scrollata d'acqua in un altra città che non fosse la mia. Era buffo vedere tutt'a un tratto la gente come impazzita, in preda al raptus del si salvi chi può, gente che alzava le gambe in grandi alcate atterrando con le punte, schizzandosi ugualmente; gente che, con gli infradito, se ne strafregava e preferiva scivolare sulla piazza a mo' di pattinatore, per fare prima; gente che si accalcava sutto un albero; gente che aveva improvvisamente voglia di un caffè e si ritrovava al bar vicino, stracolmo; gente che rideva, gente che urlava, gente che sbraitava in attesa di un bus; ed una anziana signora, come se nulla la sfiorasse, attraversava la piazza, ormai sgombra di tutti, a passo lento, con la sua borsa della spesa ecologia in una mano e l'ombrello ormai rotto nell'altra, col solo conforto del cappellino zuppo in testa, zuppo così come tutta lei stessa. E mi ha incuriosito il suo modo, perché sembrava impartisse una lezione. L'ho colta. Esco dal mio "nascondiglio" e cammino in contro al bus, bagnandomi apposta e gettando un'occhiata a quella signora.

Perché scopri un'Amica, come se la conoscessi da sempre. Lei che non si aspettava una chiamata, ma che alla fine passeranno 3 ore senza accorgercene. Le dico ancora Grazie.

Perché
decidi di andare in un ristorante serio e pranzare civilmente. E godi nel notare come ti guardino con disprezzo per come vesti. Lo sconcerto dei loro sguardi ti fa sentire vivo, come non mai. Non rinunceresti mai più ai tuoi polsini con le borchie, ai tuoi cazoni larghi, alle tue scarpe da skater e a tutto il resto. Mangi e sei soddisfatto.

Perché è la musica a farti compagnia. Tua fedele compagna di viaggio. Camminare per il corso quasi deserto con alle orecchie i Sonata Arctica. Mirare il mare e le sue sfumature cangianti ascoltanto le composizioni di Ludovco Einaudi. Osservare la gente con le parole dei Dream Theater. Poggiarsi ad un muretto con gli Stratovarius che ti spingono a imitare una chitarra virtuale. Correre di rabbia lungo il Viale dela Vittoria spronato dai Children of Bodom...La musica non ti lascia, la musica ti fa vedere tutto in maniera diversa. E' lei che permette di vivere le esperiense sotto altre ottiche.

Perché...

Perché La incontri di nuovo, per caso, senza volerlo. Sei a sguardo basso mentre svolti l'angolo. Lei è sembrata un attimo spiazzata, hai cercato di non farle capire lo avessi notato. Parlate, di lei, di quel che le succede, perché ti sta a cuore. L'accompagni alla fermata del bus, e ti siedi accanto, la guardi mentre ti parla, mentre il suo sguardo si riempie di tristezza e, sorridi amaramente, voltando appena il capo: hai capito che saresti inutile. Così la lasci andare. Il bus svolta. Il suo sguardo è sull'orlo del pianto. Tu ti guardi le punte dei piedi, un attimo, poi parti, di corsa. Corri, più che puoi e speri vivamente che il semaforo diventi rosso e il bus si fermi. E' bello quando alcune speranze non si rivelino vane.
Sali in un balzo e non sai se lei se lo sarebbe aspettato. Ma non la lasci sola, non la lascio sola.

Perché scendi da quel bus e la lasci in buone mani e tu, fingendoti buon turista, prendi una cartina usata due volte, e via in quella parte sperduta. Trovi un Forte, una costruzione risalente a non sai quando e che ormai è interamente un prato verde all'interno. Noti che tre tiologie di esseri viventi di un certo spessore vi risiedono: Cani, padroni, vecchie con stampelle o bastoni. E ti senti fuori luogo, ne hai tutto il motivo. Poi però ti immagini come un randagio in cerca di due stampelle per sostituire i due arti anteriori più corti dei posteriori, e trovi una ragione per far un giro all'interno. Ti godi il panorama, perché quello c'è da lassù.

Perché decidi di riprendere il bus e tornare al punto di partenza. Ma non ce la fai a non aspettarLa, sai sarebbe scesa anche lei lì. Vieni distratto da una chiamata e non ti accorgi del suo arrivo. Volgi il capo e la vedi, spedita, verso casa. Allora chiudi il telefono, immediatamente, salutando mentre cominci a correre, letterlamente. Devi raggiungerla. Lo fai, ci riesci, davanti la madre. E ti imbamboli stupidamente. Porgendo la mano, salutando. E parlate, parla lei. Tu ascolti, perché è quello che sai fare. E provi a parlare, a cercare le parole, che non vengon mai quando servono. E ti chiedi in mente servirebbero? Le tue poi...

Perché arriva il tempo di andare e tornare ad una vita che di soddisfazioni non te ne dà. Arriva il tempo in cui hai voglia di tutto e voglia di niente, di restare ma di ripartire, di giore ma di urlare piangendo [se solo riuscissi ad imparare], di star tranquillo come credevi ma di preoccuparti per Chi Tieni, di sgridare e poi di spronare, di inspirare ed espirare, di inspirare e sospirare, di inspirare e trattenere il fiato, di trattenerlo e poi esalarlo. Hai voglia di vivere e di morire. Hai voglia di vivere e sentir vivere. Hai voglia di morire pur di sentir vivere. E' strano tutto ciò. Tutto e niente. Niente e Tutto. Chi mi spiega?

Ti racconto una storia. E' a lieto fine? No, non ha fine.
Oppure ce l'ha e non la vedo?

Che belle le nuvole di Palermo, nemmeno loro non scherzano, eh! [come se tutto questo avesse un senso]

Ancona ormai è un ricordo, un ricordo agrodolce.
Una città da "vivere" tranquillamente di giorno e, allo stesso tempo, da "morire" traquillamente di notte. Come un fantasma. Tu. IO.

[Marta, non vedo l'ora che tutto si aggiusti per te, davvero. Non sono riuscito a niente. La tua stanchezza diventava volta dopo volta una sconfitta anche per me, te lo dico. Avrei solo voluto vederti sorridere almeno una volta, forse ci son riuscito. Ma ormai credo tutto sia illusione.]


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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 03:18
domenica, 08 luglio 2007


La pancia. I muscoli della pancia.
Non avevo quasi mai avuto di fastidiose contrazioni muscolari. No.
Non le sopporto, non dovrebbero esserci. No.
Lo vuoi capire, bello mio, che non hanno assolutissimamente la benché minima ragione di esistenza?
Lo devo capire.

Mi prendo a pugni lo stomaco che si stringe in una morsa infame, che poi tenta di salire in gola e stringe anche lì. Non è arrivato agli occhi ancora, stento a credere possa farlo....spero.
E allora voglio stare solo, Solo, Solo.
Solo. Soltanto io, e nient'altro. Da solo contro quest'assurda situazione che solo io posso risolvere, perché da solo l'affronterò, perché da solo l'ho creata. A dire il vero non dipende del tutto da me...
Come quando l'ultima cosa che potessi pensare ti farebbe soltanto ridere, fino a che non si presenti veramente, senza preavviso, alla prima opportunità, sbeffeggiando te in modo crudele, ma, in fondo, restituendo le burla che tu avevi fatto di lei.

Solo. Da Solo. Nessun altro. Nessuno, davvero.
Pronto, Max, sei a Palermo? Sto venendo in macchina. Usciamo.

Non mi controllo più, prendo l'auto di mio padre, quella bella. L'auto che tiene per le grandi occasioni, potente.
Prendo quell'auto e non voglio far discussioni.
-Dove stai andando? Fai tardi?
-Lasciami stare, non sono proprio in vena. Non so quando e se torno.
Accendo. Mi muovo.
Mi muovo piano.
Adagio.
Meno piano.
Meno adagio.
La morsa! Rieccola.
Pigio l'acceleratore. Non ce la faccio: più prende la morsa, più il piede accellera.

Non riesco a non pensare. Ecco tutto.

Fortuna che arrivo sano e salvo.

Non riesco a non pensare. Ecco tutto.


Fortuna che ritorno sano e salvo.
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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 19:14
venerdì, 13 aprile 2007

Seduto nel miglior modo consentitomi da quei gradini, stavo con le spalle alla grande statua, uno dei tanti monumenti commerativi di non so chi e nemmeno quando, che si erge al centro del Politema. Caldo e troppa gente in giro, stranamente, forse perché io non vi sono abituato.
Una cuffia nelle orecchie a batter ritmo ai miei tentativi di studio, l'altra abbandonata a se stessa e leggermente cullata dal quel misero alito di vento che, tuttavia, aveva un non so che di benefico.
Il libro mi giaceva ora su un fianco, poggiato sugli scalini, ora sulle ginocchia, ora nuovamente sull'imprecisato marmo, o giù di lì, dei gradini.
Leggevo e sottolineavo in rosso o blu, padrone di una matita dalla punta doppia, una per estremità.
Ripetevo, mentalmente.
Ripetevo e ripetevo.
Ripet...cazzo! Non ci capivo niente.
Rileggevo, rileggevo...andava meglio.
Eppure con gli occhi spesso spaziavo, come mio solito, è più forte di me.
Avevo notato di sfuggita due ragazze che mi fotografavano col loro telefonino nuovo di zecca, un motorola di ultima generazione, azzarderei, uno di quelli belli belli di cui adesso non si fa a meno, e poi sentir ridere una di loro. Avevo sperato soltanto che non ridesse per il gesto compiuto dall'amica, se così fosse smonterebbe convinzioni sulle quali adesso son fermo.
Ma non era quello il punto.
Ero nuovamente intento sulle pagine di quel libro infame, quando, con mia grande sorpresa avevo visto una manina davanti allo sguardo, sembrava salutarmi.
Una bimba che al massimo avrebbe potuto avere quattro anni, con una gonnellina in jeans, una magliettina bianca e sopra un gilet d'un colore definibile come celeste, mi tendeva uno dei fiori abilmente raccolti da una aiuola nei paraggi.
Aveva un faccino innocente e tenero, sorrideva.
Non ho potuto far altro che sorridere anch'io e prendere in mano il fiore, e, proprio quando stavo per dir “grazie, piccola”, avevo scovato con lo sguardo il padre ad osservarmi serio come a dirmi Alza un dito e ti scuoio, bello. Non dovevo preoccuparmi.
Era stato in quel momento che mi ero accorto di un'altra bimba, la sorellina presumevo.
Era molto più piccola, le avevo affibbiato due anni, ad occhio. Vestiva esattamente come la sorella, ma indossava un gilet di un imprecisato verde al posto del celeste.
Mi aveva colpito il suo faccino triste, tristissimo. Non sapevo se stesse per piangere. Solo di una cosa ero certo: guardava il fiore che tenevo in mano.
Uno sguardo di intesa con la bimba che mi aveva portato il dono e, al vederla annuire decisa, mi ero sentito rincuorato nel poter lasciare quel fiore alla sorellina che, appropriatasi di quel piccolo tesoro, aveva gli occhi che le luccicavano.
Quell'attimo se ne era andato così come era arrivato e le due bimbe avevano ricominciato a rincorrersi intorno, vagando per la piazza e gettando urletti gioiosi. Il padre mi guardava ancora, ma questa volta con un sorrisetto stampato in volto. Lo ricambiai come per dirgli Devi preoccuparti d'altro e non adesso, bello.


I miei pomeriggi passano così, non mi spiacciono.


[edit]Sì, edito. Ho voglia di farlo, me lo posso permettere e ci tengo. Dedico questo post ad una persona per me importante, per averla fatta sorridere. Marti, figlioletta, è tutto per te....[/edit]

 


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categoria : momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:20
mercoledì, 04 aprile 2007

Ero ancora rintronato dal sonno di una notte passata per lo più in bianco, seppure fossero le 11 del mattino. Con la testa sul cuscino, in un letto non mio, ad osservare il soffitto bianco di una stanza non mia, dicevo a me stesso che questa storia sarebbe durata ancora per un paio di giorni, ne ero consapevole.
Se attendevo di riavere una stanza tutta per me, era solo per far un favore al mio povero coinquilino sacrificatosi.
Purtroppo tutto deve essere sopportato, se si augura, appena entrati in possesso di un appartamento, che il proprietario legittimo debba concludere l'anno senza un profitto e con addirittura un rosso in cassa di 200 euro.
Si è sulla buona strada. Crudeli.
Passandomi una mano sul volto, per poi ravviarmi i capelli, avevo tentato di riprendere la lucidità necessaria per mettermi in piedi nel modo meno rovinoso possibile.
Missione compiuta.
Avevo aperto le ante della finestra, piuttosto datata, e tirato su un gran respiro prima di esalarlo completamente e lentamente.
Investito dal frastuono stradale, dalle voci delle vecchiette rattrappite intente ad urlarsi pettegolezzi,
dal pianto d'un bambino frignante tirato per mano da una madre incazzosa alla stregua di un riluttante cagnetto, mi ero soffermato un po' ad osservare, ma non troppo.
Quella mattina non ero in me, non saprei spiegarlo, ma era come se volessi far tutt'altro che nutrire le mie solite abitudini.
Sarà che anche quella volta non mi ero alzato coi piedi giunti, tanto per evitar di dire d'esser sceso dal letto col piedi sbagliato.
Sarà che, in fin dei conti, le giornate sembravano non avere una loro sistemazione e che da momenti di sole si passasse ad assurdi acquazzoni privi di logica.
Sarà che, dalla stanza accanto proveniva musica a me gradita, ma storpiata dalle canzoni napoletane che il buon tizio del piano di sotto, come ogni mattina a quell'ora, si ostina a far risuonare per tutto il quartiere.
Sarà che...

Noia.

Avevo congiunto i pollici e gli indici delle mani, in modo da formare una sorta di schermetto cinematografico.
La vita scorreva all'interno di quella rudimentale e naturale cornice ed io sorridevo appena alzando le spalle: potevo essere un cameraman, ma non il regista della situazione.
Non si può tutto. Lo si sa.

Meglio andare a prendere un bel caffè, sperando in una svolta.


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 18:14
giovedì, 22 marzo 2007

E' un'inquietudine vagamente sopportabile, quella che provo nel percorrere uno dei tanti lunghi corridoi di quell'edificio poco frequentato, pressocché deserto alle prime ore del mattino.

Non posso far altrimenti, visto e considerato che son costretto a dormire in una stanza che, presumibilmente, potrebbe diventare molto romantica, una volta crollato il tetto. Stupido accostamento di parole, me ne rendo conto, ma è solo per scacciare possibili fantasmi dalla mia testa: è angoscioso ritrovarsi con la paura che tutto possa diventare bianco d'intonaco; motivo per cui tendo a star il meno possibile in quella che chiamo volgarmente casa.
Le strade mi accolgono prestissimo, fredde e poco movimentate.
Gli autobus sporadici cercano in quache modo di sfuggirmi, ma il più delle volte riesco a scovarli con quel pensiero ricorrente... ahah, dove credi di andare?

Quando si è soli, materialmente soli, in un corridoio, come se non bastasse, non si ha l'impressione di sentire ovunque rumori insoliti?
Sì, è quel che mi capita.
Non sono allucinazioni, ma è come se la percezione del mondo si amplificasse, come se entrassi in uno stato di allerta immotivato.
Sussulto a sentire passi, mi fermo.
Si fermono anche loro.
Erano i miei. Vai avanti, bello...
Sento aprirsi una porta, lentamente e, appena le passo accanto, superandola, richiudersi immediatamente. Mi fermo.
Tutto tace. Era soltanto il vento che la muoveva, d'altronde era un'uscita di sicurezza che dava direttamente all'esterno.
Trovo un quadro inneggiare l'antimafia, lo osservo, annuisco a vederlo ben fatto e lo sistemo. E' in quel momento che mi sento osservato, non so da dove, ma mi sento osservato.
Gli altri quadri, forse. Magari presi dall'invidia, mi gettano occhiate taglienti. Sogghigno al pensare che, alla fine, quei quadri non raffigurano volti alcuni e non hanno occhi ruotanti, solo parole.
E' vero, le parole possono essere altrettanto taglienti, al pari di uno sguardo di sbieco, ma non avrebbero sortito quell'effetto a me.
Scrollo le spalle, vado avanti. Mancano appena una decina di metri.
Sento spalancarsi le porte dell'ascensore dietro di me, volgo il capo in quella direzione.
Stupido, non sono altro che uno stupido.
E' soltanto il rumore della sala macchine che avevo accanto.
Stranamente suggestionabile, forse per il sonno, mi poggio alla parete e mi lascio scivolare fino a sedermi.
Sono le 7.30 del mattino.
Le 8.30 arriveranno e con loro anche un po' di movimento.
Tolgo un attimo le cuffie e prendo il cellulare, ho voglia di parlare.
Mi dimentico di tutto e mi prendo beffe di me.

 

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