
Seduto nel miglior modo consentitomi da quei gradini, stavo con le spalle alla grande statua, uno dei tanti monumenti commerativi di non so chi e nemmeno quando, che si erge al centro del Politema. Caldo e troppa gente in giro, stranamente, forse perché io non vi sono abituato.
Una cuffia nelle orecchie a batter ritmo ai miei tentativi di studio, l'altra abbandonata a se stessa e leggermente cullata dal quel misero alito di vento che, tuttavia, aveva un non so che di benefico.
Il libro mi giaceva ora su un fianco, poggiato sugli scalini, ora sulle ginocchia, ora nuovamente sull'imprecisato marmo, o giù di lì, dei gradini.
Leggevo e sottolineavo in rosso o blu, padrone di una matita dalla punta doppia, una per estremità.
Ripetevo, mentalmente.
Ripetevo e ripetevo.
Ripet...cazzo! Non ci capivo niente.
Rileggevo, rileggevo...andava meglio.
Eppure con gli occhi spesso spaziavo, come mio solito, è più forte di me.
Avevo notato di sfuggita due ragazze che mi fotografavano col loro telefonino nuovo di zecca, un motorola di ultima generazione, azzarderei, uno di quelli belli belli di cui adesso non si fa a meno, e poi sentir ridere una di loro. Avevo sperato soltanto che non ridesse per il gesto compiuto dall'amica, se così fosse smonterebbe convinzioni sulle quali adesso son fermo.
Ma non era quello il punto.
Ero nuovamente intento sulle pagine di quel libro infame, quando, con mia grande sorpresa avevo visto una manina davanti allo sguardo, sembrava salutarmi.
Una bimba che al massimo avrebbe potuto avere quattro anni, con una gonnellina in jeans, una magliettina bianca e sopra un gilet d'un colore definibile come celeste, mi tendeva uno dei fiori abilmente raccolti da una aiuola nei paraggi.
Aveva un faccino innocente e tenero, sorrideva.
Non ho potuto far altro che sorridere anch'io e prendere in mano il fiore, e, proprio quando stavo per dir “grazie, piccola”, avevo scovato con lo sguardo il padre ad osservarmi serio come a dirmi Alza un dito e ti scuoio, bello. Non dovevo preoccuparmi.
Era stato in quel momento che mi ero accorto di un'altra bimba, la sorellina presumevo.
Era molto più piccola, le avevo affibbiato due anni, ad occhio. Vestiva esattamente come la sorella, ma indossava un gilet di un imprecisato verde al posto del celeste.
Mi aveva colpito il suo faccino triste, tristissimo. Non sapevo se stesse per piangere. Solo di una cosa ero certo: guardava il fiore che tenevo in mano.
Uno sguardo di intesa con la bimba che mi aveva portato il dono e, al vederla annuire decisa, mi ero sentito rincuorato nel poter lasciare quel fiore alla sorellina che, appropriatasi di quel piccolo tesoro, aveva gli occhi che le luccicavano.
Quell'attimo se ne era andato così come era arrivato e le due bimbe avevano ricominciato a rincorrersi intorno, vagando per la piazza e gettando urletti gioiosi. Il padre mi guardava ancora, ma questa volta con un sorrisetto stampato in volto. Lo ricambiai come per dirgli Devi preoccuparti d'altro e non adesso, bello.
I miei pomeriggi passano così, non mi spiacciono.
Ero ancora rintronato dal sonno di una notte passata per lo più in bianco, seppure fossero le 11 del mattino. Con la testa sul cuscino, in un letto non mio, ad osservare il soffitto bianco di una stanza non mia, dicevo a me stesso che questa storia sarebbe durata ancora per un paio di giorni, ne ero consapevole.
Se attendevo di riavere una stanza tutta per me, era solo per far un favore al mio povero coinquilino sacrificatosi.
Purtroppo tutto deve essere sopportato, se si augura, appena entrati in possesso di un appartamento, che il proprietario legittimo debba concludere l'anno senza un profitto e con addirittura un rosso in cassa di 200 euro.
Si è sulla buona strada. Crudeli.
Passandomi una mano sul volto, per poi ravviarmi i capelli, avevo tentato di riprendere la lucidità necessaria per mettermi in piedi nel modo meno rovinoso possibile.
Missione compiuta.
Avevo aperto le ante della finestra, piuttosto datata, e tirato su un gran respiro prima di esalarlo completamente e lentamente.
Investito dal frastuono stradale, dalle voci delle vecchiette rattrappite intente ad urlarsi pettegolezzi,
dal pianto d'un bambino frignante tirato per mano da una madre incazzosa alla stregua di un riluttante cagnetto, mi ero soffermato un po' ad osservare, ma non troppo.
Quella mattina non ero in me, non saprei spiegarlo, ma era come se volessi far tutt'altro che nutrire le mie solite abitudini.
Sarà che anche quella volta non mi ero alzato coi piedi giunti, tanto per evitar di dire d'esser sceso dal letto col piedi sbagliato.
Sarà che, in fin dei conti, le giornate sembravano non avere una loro sistemazione e che da momenti di sole si passasse ad assurdi acquazzoni privi di logica.
Sarà che, dalla stanza accanto proveniva musica a me gradita, ma storpiata dalle canzoni napoletane che il buon tizio del piano di sotto, come ogni mattina a quell'ora, si ostina a far risuonare per tutto il quartiere.
Sarà che...
Noia.
Avevo congiunto i pollici e gli indici delle mani, in modo da formare una sorta di schermetto cinematografico.
La vita scorreva all'interno di quella rudimentale e naturale cornice ed io sorridevo appena alzando le spalle: potevo essere un cameraman, ma non il regista della situazione.
Non si può tutto. Lo si sa.
Meglio andare a prendere un bel caffè, sperando in una svolta.
E' un'inquietudine vagamente sopportabile, quella che provo nel percorrere uno dei tanti lunghi corridoi di quell'edificio poco frequentato, pressocché deserto alle prime ore del mattino.
Non posso far altrimenti, visto e considerato che son costretto a dormire in una stanza che, presumibilmente, potrebbe diventare molto romantica, una volta crollato il tetto. Stupido accostamento di parole, me ne rendo conto, ma è solo per scacciare possibili fantasmi dalla mia testa: è angoscioso ritrovarsi con la paura che tutto possa diventare bianco d'intonaco; motivo per cui tendo a star il meno possibile in quella che chiamo volgarmente casa.
Le strade mi accolgono prestissimo, fredde e poco movimentate.
Gli autobus sporadici cercano in quache modo di sfuggirmi, ma il più delle volte riesco a scovarli con quel pensiero ricorrente... ahah, dove credi di andare?
Quando si è soli, materialmente soli, in un corridoio, come se non bastasse, non si ha l'impressione di sentire ovunque rumori insoliti?
Sì, è quel che mi capita.
Non sono allucinazioni, ma è come se la percezione del mondo si amplificasse, come se entrassi in uno stato di allerta immotivato.
Sussulto a sentire passi, mi fermo.
Si fermono anche loro.
Erano i miei. Vai avanti, bello...
Sento aprirsi una porta, lentamente e, appena le passo accanto, superandola, richiudersi immediatamente. Mi fermo.
Tutto tace. Era soltanto il vento che la muoveva, d'altronde era un'uscita di sicurezza che dava direttamente all'esterno.
Trovo un quadro inneggiare l'antimafia, lo osservo, annuisco a vederlo ben fatto e lo sistemo. E' in quel momento che mi sento osservato, non so da dove, ma mi sento osservato.
Gli altri quadri, forse. Magari presi dall'invidia, mi gettano occhiate taglienti. Sogghigno al pensare che, alla fine, quei quadri non raffigurano volti alcuni e non hanno occhi ruotanti, solo parole.
E' vero, le parole possono essere altrettanto taglienti, al pari di uno sguardo di sbieco, ma non avrebbero sortito quell'effetto a me.
Scrollo le spalle, vado avanti. Mancano appena una decina di metri.
Sento spalancarsi le porte dell'ascensore dietro di me, volgo il capo in quella direzione.
Stupido, non sono altro che uno stupido.
E' soltanto il rumore della sala macchine che avevo accanto.
Stranamente suggestionabile, forse per il sonno, mi poggio alla parete e mi lascio scivolare fino a sedermi.
Sono le 7.30 del mattino.
Le 8.30 arriveranno e con loro anche un po' di movimento.
Tolgo un attimo le cuffie e prendo il cellulare, ho voglia di parlare.
Mi dimentico di tutto e mi prendo beffe di me.