Sono le 18.06.
Un senso di intontimento generale ti rende immune alla recezione dei caratteri spazio-temporali del luogo: Non riesci a capire dove sei, che stai facendo e da quanto.
Ti dimeni lentamente e dal suono capisci sia uno strusciar via di lenzuola o coperte.
Stringengo gli occhi e riaprendoli, cerchi di abituarti a quella stupida penombra rotta soltanto da bizzarri getti di luce entranti dalle tapparelle a creare altrettanti giochetti bizzarri sulla parete opposta e su te.
Scuoti la testa, passi la mano a ravviarti i capelli e ti fermi, di colpo. Guardi la porta, chiusa. Guardi l'armadio. Guardi la finestra. Una scrivania...il resto. Sì, finalmente capisci quella sia la tua camera, la tua roba, e che ti sei drasticamente spento in un sonno profondo. Non ti rendi conto ancora del perché ti ritrovi lì disteso e a tentoni cerchi un fottutissimo orologio, una sveglia, o un aggeggio simile, che, quando meno è opportuno, fa la sua comparsa sempre in mezzo ai piedi pronto a suonare. Lo trovi dopo qualche secondo, e un'altra mezza scoperta è tua: sei lì da due orette circa.
Lo sforzo che fai per metterti a sedere ai piedi del letto ti rende un po' perplesso; stai pian piano invecchiando, sì, precocemente pian piano, e sogghigni piegandoti a guardar il pavimento, lasciando il collo penzolare senza resistenza.
Adocchi ancora una volta la porta e, ti metti in piedi spingendoti verso essa, pronto ad uscir ed avviarti verso la bastarda sensazione di passare dal buio alla luce di un corridoio. Molto suggestivo, ti dici, ma passando sbatti spontaneamente la spalla sullo spigolo della porta e..molto suggestivo, ma poco reale, concludi.
Ti ficchi in bagno senza curarti ci fosse qualcuno da salutare o insultare o semplicemente guardare e chiudi la porta dietro di te ad una mandata. Blu, troppo blu, pavimento blu, piastrelle a richiami blu, tovaglie blu. Mettiti a bere rocchetta e uliveto, rimani bello fuori e pulito dentro, vivi bene e resti in forma e puoi sentirti orgogliosamente nazionale. Ricacci la stronzata chiudendo gli occhi e scrollando il capo, mentre apri il rubinetto, lasci scorrere l'acqua nella piccola voragine che si diparte dal lavandino.
Scorre, un getto, freddo, desideroso di esser toccato, carezzato. Lo fai. Le tue mani si lasciano bagnare e immergere incuranti di schizzi; il tuo viso reclama e loro capiscono, a volte sembrano essere delle brave dipendenti. E godi di quella breve sensazione di affogare e scivolare via nella frescura, godi del tocco delle tue mani quasi fossero schiaffi, godi dei capelli pittosto impertinenti a caderti sul viso attaccandovisi gelosi. Riimmergi le mani, e le carichi d'acqua per render giustizia al resto della tua processione di capelli sulla tua testa. Resti un po' così, in bilico fra un qualcosa che sei e qualcosa che non senti, resti un po' così e chiudi il rubinetto a testa china.
Quando ti rialzi, di scatto, ti gira la testa, senti un po' freddo e le gocce cominciano a dar fastidio. Decidi di scrollarti e di cacciarle via in malo modo, senza curarti di inondare altrove.
Ed esci, esci da quel luogo forse calmo, forse troppo ospedaliero.
Ed esci e ti domandi: Dove vado?
Dove vai? Non ne hai idea, hai da ritrovare qualcosa, hai da parlare a te, hai da imparare a parlare con te prendendotene cura.
Ma per quale strafottutissimo motivo? Forse ti serve per imparare a prenderti cura di altri.
Sogghigni, pensando che in fondo non sai nemmeno come cominciare.
Quella sensazione di buoi e luce ti accompagna e vorresti cacciarla.
Quello sguardo spento e perso ti guida, e per una volta desideresti un marocchino a lavarteli anche ad un semaforo, magari darebbe l'impressione di piangere.
Quella sporca sensazione di perenne caduta si riimpossessa di te, ti fa sentire di più l'infame forza di gravità e cerchi un modo per tener su le spalle.
Quel senso di profonda solitudine si prende gioco di te, lasciandoti star bene, ma imprimendoti una stupida paura per la tua incapacità ad avvicinare qualcuno senza rovinare tutto.
Quel pensare al rovinare tutto ti tira un attimino più in giù, non lasciandoti camminare e con un groppo alla gola e allo stomaco.
Prendilo a pugni il tuo stomaco, stringi la cintura di un punto, ficcati addosso una qualsiasi maglietta, arraffa il tuo i-pod e và via.
Và via
Và via
Và via...
Dove?
In strada. Dietro una statua. Ovunque. In qualsiasi luogo che non faccia pesare questo senso di non appartenenza.
Non sarai forte, ma sarai astuto o, quanto meno, astutamente idiota.
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