Freddo. Un freddo strano, che parte dalle ossa, quasi appagante [chiudi quella dannata finestra!]
Caldo. Un caldo strano, quasi fosse d'inferno [per favore, riaprila.]
Credi di aver scoperto la legge di gravità, sentendoti perennemente cadere, trattenuto da un velo invisibile, trascinato verso un pavimento che sembra metri e metri lontano.
Ti alzi. Le gambe sono di un altro, insensibili.
Ti siedi ai piedi del letto, guardando fuori, buio.
Lasciandoti cadere con le spalle sulla coperta, chiudi gli occhi.
Di nuovo un vortice dentro, non si ferma, non ti molla.
E' come se un flusso ti attraversasse, partendo dal petto, fino alla testa, attraversando tutto il corpo, da sopra fin alla punta dei piedi; un flusso freddo, che quasi volesse non tornare indietro, ma lasciarsi uscire dalla punta delle dita e spargersi sul pavimento, sotto il pavimento, sotto la terra.
Ci pensi, quello è il tuo sangue, quello che circola dentro.
Ne avverti la strada da lui compiuta, senza vederlo.
Riapri gli occhi, non ci vedi bene, li richiudi.
Ci riprovi, questa volta con più successo.
Guardi l'ora, è tardi.
Trovi la forza per muovere arti non tuoi e avviarti verso il pc, lasciando il tuo segno.
Poi crolli, di nuovo sul letto, pensando a tutto, pensando a niente. Pensando A.
Ne avevo bisogno, ci voleva proprio.
Adesso aspetto...