ultima nota stonata da Ryv alle ore 14:52
lunedì, 26 novembre 2007


Forse potrebbe sembrar particolarmene ostico ritrovarsi d'un tratto una realtà nascosta per un po', covata in silenzio.
Forse potrebbe generare in te un senso di rabbia incontrollata, uno sfociare di serietà e fermezza, misto a un non so che di fanciullesco e ingenuo.
Forse poi, non fa altro che essere soltanto uno stupido momento ingigantito all'inverosimile, da parte tua da parte di.




Così come una bambolina, i
n bianco e nero e la sua aria fra il fanciullesco e una bambina cresciuta troppo velocemente, forse alle prese con una realtà tale da abbatterla, o renderla malinconica, anche un po' insofferente, lasci i tuoi occhi vaghi sul filo di pensieri tuoi.
Quelle treccine, emblema di una parte bambinesca finora nascosta, sbarazzine, tentano quasi di avvolgere, invano, la tua stessa espressione...per vergogna, per rinnego, per...paura.

Perché?
Perché ancora quel visino giù?
Non vedi la MIA mano tendersi verso te?
Raccoglila.

Ci sono momenti in cui tutto sembra perso o drasticamente contaminato.
Ci sono momenti in cui non si capisce che sia il pensarlo a renderlo così.

Non vedi la MIA mano tendersi verso te?
Lo sai...



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categoria : vaneggiando

ultima nota stonata da Ryv alle ore 11:48
domenica, 04 novembre 2007


Concert in Theater, She in Dream.

E' tutto quello che mi vien da dire così, di prim' acchito, della mia trasferta milanese.
Una frase. Una sola frase è come se riuscisse a riassumere cinque giorni interi insieme a tutti i loro momenti dolci o soffocanti.
Ma mi sforzerò a cavar un po' di più...

Un viaggio come un altro, forse questa volta con un intento un po' diverso, o del tutto, dipende dai punti di vista.
Un viaggio che mi vede errabondo in una grande città, io ed io soltanto, come se ormai c'avessi fatto l'abitudine.
Un viaggio che mi avrebbe portato a gustarmi la musica live dei Dream Theater, a saggiare la bravura del mio guidar hero preferito, Petrucci, e quella sorta di pseudo pazzia che prende Portnoy quando si ritrova con un paio di bacchette in mano.

Un viaggio dal sapore inaspettato...

Perché
, la sera del tuo arrivo, alla stazione centrale prendi un taxi per evitar il rischio di perdersi da subito e ridere da solo di se stesso. Adocchi dei taxi, ma poi ti fidi dell'extracomunitario abusivo. Gli dici dove vuoi essere portato e lui in quattro e quattr'otto c'arriva. Scoprirai solo alla luce del sole che ti sarebbe bastato attraversare la piazza e la strada. Poi, chiedendogli informazioni su come trovar altri taxi durante il soggiorno, lui un po' riluttante ti dà un numero di telefono -Bravo amico, salvalo e scrivici Aldo -

Perché, una volta in stanza, mi accorgo di come essa sia altamente in linea con il tuo ideale di stanza: piccola, su misura. Un armadio funzionale appena entrati sulla sinistra e un muretto a separarlo dal letto che vien subito dopo. Ai suoi piedi, poi, un frigobar che, per quanto sappia di non doverlo utilizzare, la curiosità mi spinge ad aprire velocemente e sbirciarvi dentro. A destra del letto, ad un passo di distanza un piccolo scrittoio pronto all'uso, con carta da lettera, buste, bigliettini e penne ad aspettare poggiate lì, al centro. Un vasetto con un ornamento floreale si accosta a loro, discretamente sull'angolo destro più lontano. Sulla parete, sopra lo scrittoio, un grande specchio dalla cornice signorile che spezza con la tinta rasserenante del resto. Di fronte ad esso, un quadro, abbastanza grande, in toni cangianti dal rosso al violetto, dal giallo al blu, con qualche tocco di nero qua e là, stava lì con i suoi motivi astratti ma ben messi insieme. Sull'angolo in fondo, una poltroncina azzurra stava sotto la televisione montata su una mensolina a muro. Il bagno non si dimostra diverso dalla camera: piccolo e funzionale. Insomma, un nido fattoti su misura.

Perché, il mattino seguente, immerso per la prima volta seriamente nel via vai della stazione milanese, sei colto da un leggero attacco di panico. Tutto troppo grande e veloce, seppur apparentemente organizzato. Respiri a fondo, non puoi lasciarti coinvolgere. Allora ti ficchi in testa l'obiettivo di racimolare le informazioni che servono, anche se, gli sportelli informativi non sembrano competenti. Tant'è che le troverai solo sul campo nel momento cruciale.

Perché, le ore non sembrano passare. Forse nemmeno i minuti, se vogliam dirla tutta. Stai parcheggiato su un blocco in cemento nei pressi del parco taxi davanti alla stazione e fissi incessantemente l'entrata della metrò e i
nevrotici metropolitani immortalati in statue sulla piazza, ora col rosso ora col giallo ora col grigio ora col blu. Li fissi e li alterni all'orologio del tuo telefono, perennemente 5 minuti indietro. Arriverà?

Perché
, si guardava attorno spaesata come qualcuno che non sa cosa cerchi, quando ti  avvicinavi alle spalle, furtivo. Eppure riesce a girarsi in tempo, per non esser colta di sorpresa. Un abbraccio soltanto ed un finalmente sussurrato per quei pochi istanti.

Perché, girovagare per milano con una milanese può risultare deleterio e allora speri soltanto di trovare qualche buon tedesco che ti indichi lui la strada, ma, si sa, inspira profondamente e vai avanti. Così, farla ridere per impacciataggini alla metrò con quel biglietto inserito male, con l'aver sbagliato fermata due e più volte, con l'assecondarla in quel che si può, si comincia a far tardi. A dirla tutta le 18.00, quando arrivati al Forum, sembrava l'inizio di un deserto colmato solo da voi e da venditori ambulanti di maglie e magliette [Fai scorta]. Ma poi, svoltando l'angolo, ti accorgi che l'ingresso era da tutt'altra parte e un'immensità di gente era già accalcata in attesa di entrare. La guardi e lei dice di aver paura di te. Rabbia repressa ed istinti omicidi vengon messi da parte, pur conservando un discreto nervosismo, ed esorcizzi il tutto osservandola con la sola scusa di volerne fare il pieno.

Perché, entrando, hai cercato un posto da cui si vedesse bene, ma allo stesso tempo un po' lontano e, forse avresti sperato di rimanere là, solo, con lei. Ti guardavi attorno con fare investigativo, controllando chiunque s'avvicinasse. Te lo ha fatto notare. Ti sei stretto nelle spalle, continuando.
Poi le luci si abbassano, i primi boati si fanno largo e ben presto l'aria che si respirava non è stata più la stessa.
Era Musica. Era Paradise Lost.
E tu...eri lost sul serio, rapito da un ritmo che conoscevi solo in cuffia. La tua gamba andava su e giù, col piede poggiato sul bracciolo del posto avanti, gli occhi spaziavano fra il palco a mirare la velocità di Romeo, la scenicità del cantante e tutto il resto. Poi però tornavano a lei, furtivi, e vi si posavano un po', sperando che fra le tue braccia lei non se ne fosse accorta, sbagliandoti.
Il tempo era diventatà un'entità del tutto relativa, più di quanto non lo sia già di suo:
Era fermo o quasi, forse viaggiava così lentamente da esser fin troppo silente, quando pensavo a lei o quando la sfioravo con lo sguardo.
Era incalzante e palesamente infame nel divorar le note tutte di seguito, rendendoil tutto più breve.
Tant'è che dopo appena tre quarti l'atmosfera sembra sfatarsi, le luci si riaccendono.
Si sfata l'atmosfera della Musica, si conserva la tua atmosfera.
Parole, brevi, spesso fatte più di piccole sfide idiote e autolesioniste che ti costringeranno a metter una fascia in fronte stile rambo, saranno ghigni sberleffi, saranno tutto, e poi...
...Un semaforo in alto sul palco, quando tutto quel che c'era da smontare è stato smontato.
Un semaforo che da rosso, passa a giallo, e le luci ricominciano ad abbassarsi e la musica comincia il suo sottofondo e i boati si rialzano e tu la riguardi e lei ti accusa ancora una volta.
Un semaforo adesso verde, e il telo nero cade a terra, lasciando un esplosione di suoni e luci, uno schermo gigante ad attendere alle spalle di loro, tutti e 5, nelle loro posizioni solite.
Al centro campeggia quella che sembrerebbe una stanza intera ed è solo una batteria con Mike Portnoy pronto a far strage di ritmo e sputi, alla destra lui, John Petrucci che non s'è fatto attendere con i suoi assoli, così come Jordan Rudess alle sue tastiere che non è stato da meno, a sinistra l'imprescrutabile e piuttosto serioso John Myung al basso, e James Labrie con la sua voce altamente discussa, a muoversi a destra e manca, a sollecitare e a coinvolgere a più non posso.
E' stato strano vederli dal vivo, è stato strano soprattutto non essere da solo a vederli dal vivo.
E' stato strano.
E così, mentre le loro note, i loro assoli, la voce di LaBrie, e le luci continuavano il loro gioco scenico, tu, pensavi ad altro.
Eri lì per veder loro, ma alla fine hai capito che non avevi bisogno di un'ulteriore prova per saggiare la loro bravura, tant'è che ti sei limitato a guardarli appena, forse nei momenti cruciali soltanto, lasciando libere solo le orecchie e spostando la tua attenzione su Altro.

Perché, il giorno dopo, mentre tutti ti dicono che a Milano fa freddo, che devi portarti di tutto e di più, indossi solo una felpa, sotto la pioggerella, mentre passeggi e scovi luoghi su luoghi, maledicendo chi di dovuto e il fatto che avresti benissimo potuto portare metà della valigia che ti sei trovato come fardello. E così hai tastato la pioggia lombarda, e così hai respirato quell'aria, e così sei rimasto il pomeriggio ad osservare dalla finestra, i goccioloni sempre più grandi...

Perché, la mattina hai fatto tuo l'andare in metrò, tanto da esser preso come guida da giapponesine e cinesine di sorta non tanto pratiche. Ti sei ritrovato al duomo, in piazza duomo. Una telefonata a parlottar con un povero disgraziato che t'ha piantato là e poi un tuo esprimerti in termini filosofici ma non poetici, non poetici ma efficaci [Davanti al duomo mi sento piccolo come una merda messa insieme da dieci piccioni...]. Hai sondato la zona, perché sapevi ti sarebbe tornato utile. Hai anche capito che la metro non era fatta di fermate inverosimilmente lontane e che i milanesi son piuttosto comodi da un certo punto di vista.
Poi arriva l'ora, tarda, ma arriva, e lei fa capolino al luogo prestabilito e subito intimato a dover odiare qualcosa che non avrei potuto odiare in quel frangente: lo shopping milanese.
E allora di seguito dal duomo ad irradiarsi per le vie a est, nord, sud e ovest. Fermandosi a ridere ad una vetrina o a commentare qualche articolo, o a farsi filmini mentali su "quel capello da papera in testa ti starebbe benissimo!". Tocca anche al disney store e ai suoi articoli dei più svariati, che non sto qui a dire cosa hai dovuto indossare mentalmente e poi esser costretto a metter sul serio, solo per puro istinto a salvaguardar un'immagine, seppur già ridicola, di te.
Poi la via che porta al castello, poi verso cardona, la stazione.
Sopportando ora l'inebriante profumo di una saponeria, ora insegne e vetrine di diverso genere, si giunge alla stazione.
Non volevi tornarci, purtroppo lei sì.
Allora si fa la fila per un biglietto per il treno che da lì a 10 minuti sarebbe andato e tu, senza aspettare di più, tiri fuori quella maglia, per lei. Quella maglia che t'ha fatto penare per riuscire a realizzarla, che avevi paura di non farla in tempo, invece ti sei sbagliato. Si è stupita...
E la saluti.
E torni al duomo, da solo, passandovi il resto della serata prima di rintanarti al nido e scoprire di aver a disposizione sky e poter vedere una stupidissima partita ma che t'ha fatto ricordare che di gufo ce n'è uno...come te non ce n'è nessuno.
E t'addormenti, tranquillo...

Perché, l'1 novembre sembrerebbe giorno di festa e così tu ti comporti. ancora una volta al duomo, da solo, ad osservar le consuoetudini del luogo, i piccioni a far da padrone, il loro svolazzar basso tanto da riuscire persino a centrarti con un'ala. Torni a cercar un buon ristorante per te, poca gente, dai il meglio di te, forse era come volersi abituare ad esser osservato in un luogo del genere per come sei vestito e poi pagare come chiunque altro, chissà. E' però certo che ha preferito, dopo quello, tornare in camera a cercare qualcosa di più sobrio; cosa che sei riuscito a vedere in una maglia marrone da metter sopra i tuoi larghissimi jeans e le tue scarpe da skater nere.
Ti sei avviato alla stazione cadorna, ed hai aspettato lì, poggiato su una delle macchinette che controllavano il passaggio della genta dalla stazione ai binari, fissando a sguardo spento ora a destra ora a sinistra, in lontananza. Poi arriva un treno e speri con tutto te stesso che sia proprio quello.
Lo era. Infatti eccola. Non si accorge di te, ma sei tu il primo a notarla e allora sembri rivitalizzarti e trovar la forza di spostarti da lì per andarle incontro. -E' tanto che aspetti? -. -No, sarà una mezzoretta al massimo... - . Quando invece eri consapevole che forse erano quasi due ore che stessi lì, inebetito. E allora si va, affidandosi a lei e al suo senso d'orientamento.
-Andiamo a Corso Buenos Aires...quindi ci fermiamo a Garibaldi prima, prendiamo la verde...-
-Sicura...? Va beh, mi fido. -
Morale della favola, arriviamo a Garibaldi per scoprire non solo di aver sbagliato fermata, ma soprattuto proprio linea della metro.
La guardo, i suoi indici si congiungono. Scuoto la testa e mi eleggo nuova guida, portandola finalmente a P.ta Venezia e al Corso prefissato.
Anche lì camminare, parlare, non fai caso alle tue gambe in fiamme, e ai tuoi polpacci che speravi tanto avessero solo dei bei cagnoni avvinghiati contro e non dei grilli parlanti, tanto da renderli insostenibili.
E i giardini...
E la panchina, quella solo quella, scelta con cura...
E il commentare lo sfruttamento di due poveri pony con te che continuavi a ripeterle -Mo ti fai un giro tu lì sopra... - ed un ma anche no immancabile ad accompagnar le tue parole...
E quello scocciatore del 3, 4 euro....2, 3 euro. Per concludergli in faccia un bel 3, 3 euro, e una volta convinto sputtanargli il fatto di...soltanto una ne voglio...1, 1 euro...mercanteggiando s'impara....
E l'imbrunirsi...
E il non volerti alzare...
Ah, anche la merda sulla mano di quella povera mammina che a te sembrava essersi fatta male ma che poi vi ha strappato solo risate...
E il non volerla lasciare...

Ma vi siete alzati comunque e avete deciso di tornare al Duomo, al cinema. Prendere i biglietti e appurare di aver il tempo per una cena.
- Fammi cercare un bel posto...-
- Ma va bene pure un Mc Donalds, guarda quanti ce ne sono! -
- Ho detto cena, non un "andiamo al fast food"... -
E trovi un posto alle gallerie e controlli il loro menù, sembra abbastanza importante. Aspetti conferma, che arriva titubante. Vi accomodate davanti la vetrata, osservati sempre per come esser vestiti in quell'occasione. Tu ne ridi, lei si vergogna da morire, ma la rassicuri e, anzi, la punzecchi come tuo solito [ Preferisci  esser fissata così? O un solo sguardo...? ].
Così anche quel momento pian piano sfuma e, come al solito uscendone a testa alta, vi avviate al cinema.
Ratatouille.
Uno di quelle animazioni in 3d che ti fanno ridere sul serio, ma che ti lasciano qualcosa oltre la risata.
Vi accomodate, ma la convinci che vai a prendere qualcosa da sgranocchiare e torni.
Pop corn, ovviamente.
Al ritorno, noti che lo spazio delle poltroncine è troppo piccolo per posarvi il pacco.
- Ecco, non ci entrano, destino che dovranno cadere per forza... -
- Ma non ti preoccupare! -
E finisce che si riversano davvero per terra, e tu, scuotendo la testa la guardi ridere e cercare di recuperarne un po' e scattare col suo telefonino foto incriminate.
E anche qui per te si ripete il tutto, non sai a cosa pensare prima.
Non sai cosa dimostrare prima...fai una tua scelta.

E poi lungo la via verso il duomo...
E poi lungo la via verso cardona, a guardare i fotogrammi di animali strani [es. una medusa che vive con i tentacoli in su, ma che mi disegnano come una normale medusa]
E poi il taxi, e i silenzi che scendon pian piano, perché per te era inevitabile e lei lo aveva capito.
E poi la lasci sotto casa...
E poi il ritorno in albergo, appena sul letto un messaggio che non avresti voluto leggere.

Perché, è l'ultimo giorno e sei di nuovo da solo; forse è stato meglio così, ed hai imparato.
Hai imparato quanto un rimpianto sia peggiore di un rimorso.
Hai imparato che alcune tue questioni di principio non sempre servono.
Hai imparato che, per te, qualunque tentativo di recuperare il rimpianto a posteriori, è futile, non uguale a come avresti voluto.

Hai imparato che...

...sono esperienze da fare.

Grazie, Bimba.
Sai cosa vorrei dirti, ricordalo e tienitelo per te

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