ultima nota stonata da Ryv alle ore 01:53
martedì, 14 agosto 2007


Non sono sicuro tutti possano vedere quel che ho visto e come l'ho visto.
Non è assolutamente da tutti, se non proprio da nessuno, decidere bonariamente in un viaggio da soli. Da soli, sì.
Da solo. Io, me e una valigia. Ah, dimenticavo: tanta voglia di fuggire.
Un viaggio da solo non è altro che una una via di fuga, dai tuoi pensieri, dalle tue situazioni che ti premono troppo. E' un lasciar delle preoccupazioni non sapendo cosa aspettarti. E' una sfida, come il vivere, del resto.
E' triste, direte.
Per me no, non lo è. Perché tutto dipende da come vivi l'eserienza, da quello che cogli e da quello che ti lasci sfuggire. Dipende da come ti muovi e con cosa. Dipende dal tuo essere predisposto o meno.
Oddio, è pur vero che l'essere predisposto presuppone tutta quella storia della fuga e del taglio netto, lo ammetto. Ma non c'è mai una storia che non ne racchiuda dentro un'altra.
L'ho vissuto questo viaggio, nel bene e nel male, l'ho vissuto, credo...

Perché mi son preso paura quando son salito sull'aereo a Fiumicino, diretto a Falconara, dopo lo scalo. Era un aereo piccolo, davvero molto piccolo e, a dirla tutta non è che ispirasse molta solidità, tutt'altro. Aveva le ali montate sul tettuccio e due motori ad elica esterna, sembrando così più un aereo in assetto da guerra. Alla partenza ne aveva avviata solo una e, lo ammetto, mi son spaventato non poco, vedendolo muovere in quella condizione. Poi mi son dato dell'idiota, quando ho capito che la seconda elica si fosse azionata dopo la manovra di ricognizione.

Che belle le nuvole di Ancona, non ne avevo mai visto così...

Atterrare in terra nuova, per me, mi ha lasciato un po' spiazzato. E' difficile dire quanto tempo sia rimasto interdetto ad osservare il piccolo aereoporto prima di decidermi a cercare un succhiasoldi con un'insegnetta sulla macchina che recasse quattro lettere di fila taxi. Ok, succhiasoldi, ma cordiali, quantomeno. E da lì inizia il mio vero e proprio viaggio volto alla disconnessione più totale.
E' stato strano presentarmi all'hotel sbrigando la parte burocratica, ed anche un po' difficile distogliere il pensiero dall'essere fissato come fossi un animale da circo, dato il mio stile "leggermente" da outsider, ma me la son cavata. Anche qui, me la son cavata. Salgo in camera e la trovo più accogliente di quel che avevo immaginato. Mi son sentito felice per la scelta. Una stanza mia, io da solo, senza nessuno a dirmi nulla e, soprattutto, nessun rimprovero sullo stile questa casa non è un albergo!, semplicemente non avrebbero potuto, e la cosa mi ha fatto solo ridere.
Poi...

Ci sentiamo. Ed è stato un attimo.
Perché faccio in tempo ad uscire dall'albergo e togliermi gli occhiali, neri, e la vedo. Era all'angolo del marciapiede, ha sorriso. Anche io, ma era come se l'avessi già incontrata, non so dove, forse in sogno. Ma era come se la conoscessi da una vita. Forse sì, forse no. Era la sensazione che mi ha spiazzato un po': non credevo potesse essere così semplice, tutto ciò.
Mi abbraccia, l'abbraccio. Era solo quello a mancarmi, il contatto. E posso ammetterlo, per quanto possa sembrare assurdo e poco nella norma un pensiero del genere, ma...non l'ho vissuto minimamente come un "incontro", no. Non è stato un abbraccio banale, uno di quei classici abbracci di circostanza, no. L'ho vissuto, ecco. O meglio, l'ho pensato come un briciolo di uno dei tanti abbracci mancati. Mi rendo conto sia una cosa stupida, stupidissima. Ma per me è stato così. Una briciola. Tutto qui, ma intensa. E così anche tutti gli altri.
Purtroppo quel che inizia così, non si sa mai come possa andare a finire. Sai solo che la tua speranza iniziale non si è rivelata vana.
La speranza di vederla, almeno una volta.

Ed il via a piccole esperienze che, vuoi o non vuoi, ti segnano...

Perché raggiungi il monumento del Passetto, quello dedicato ai caduti. Un monumento a pianta circolare che si erge su delle scalinate e, alla sommità, semicoperto da una pseudo copertura cava al centro, sorretta da colonne imponenti, una specie di leggio con un libro aperto. Tutto marmo. E' stata la mia meta preferita. Era strano sedersi in cima, ai piedi del leggìo. Era strano perché da lì vedevi la strada e chiunque, alzando lo sguardo, poteva vederti. Ena sorta di egocentrismo che un tipo non egocentrico poteva permettersi, visto che da lassù ero come staccato dal tutto il resto. Sembrava fossi una realtà a se stante. E poi bastava voltare il capo alle spalle ed eccolo lì, il mare.
E' bello poter vedere il mare, un mare non tuo.
E' bello ascoltare Ludovico Einaudi e le sue composizioni, mentre lo si guarda.
E' bello.
Una sfumatura di verde, quella dell'acqua.
Un celeste chiaro, quello del cielo, limpido e sgombro di nuvole.
E l'orizzonte a congiungerli. Una sottile striscia di un azzurro intenso, un incontro tra quei due colori a suggellarsi in uno, sublimato dal pianoforte che dilettava le mie orecchie.
Perché non c'è immagine migliore di una accompagnata dalle sensazioni di altri sensi.

Perché alla stazione, mentri aspetti il tuo solito autobus, lo noti. Un reietto, uno storpio anziano con un lungo cappotto da marinaio, i capelli grigi lunghi spazzolati maldestramente all'indietro, dandogli l'aria di un leone ormai stanco, le unghia lunghe, forse emblema di una vita non troppo facile. Camminava, claudicante e con quella sua gobba all'altezza della parte alta delle spalle; una gobba che non gli permetteva di alzare il capo, ma di guardare a terra, come alla perenne ricerca di qualcosa.
Mi ha colpito, lo osservavo. Mi sono sentito come lui. Solo. In quel momento io ero lui, lui era me. Lui alla ricerca di qualcosa, a sguardo basso. Io alla ricerca di qualcosa, con sguardo alto, a volte spento, altre attento. Volevo avvicinarmi, ma cominciai a pensare a quella somiglianza, tanto da non accorgermi se ne fosse andato. Per un attimo pensai fosse stata solo un'illusione. Ma poi, lo rincontrai, per caso. Sapevo cercasse cicche per costruirsi un abbozzo di sigaretta. Ne avevo un pacchetto addosso, e esitando un attimo, mi avvicinai davvero. Glielo porsi. Erano si e no tre o quattro sigarette, ma, dopo aver vinto la sua diffidenza, mi accorsi del suo tentativo di alzare lo sguardo, per guardarmi in volto. Mi abbassai un poco io. Uno sguardo spento, ma pieno di gratitudine. Non aveva nulla da perdere lui, non mi sono preoccupato del non dargli fumo. Non ho voluto negargli quella consolazione. Poi andai, sotto lo sguardo incredulo di qualcuno e i risolini di qualche vecchietta. Ma la mia parte l'avevo fatta. Io fantasma, la mia parte l'avevo fatta.

Perché in piazza, seduto al tavolo di un bar qualsiasi, a parlare con il ragazzo che faceva servizio ai tavoli, dato che più o meno avesse la mia stessa età e che poteva indirizzarmi su cosa fare e cosa no in quel di Ancona, mentre sorseggio la solita birra da lui portatami, è tutto un osservare senza sosta.
Osservo la vecchietta che ogni giorno era sulla stessa panchina, delle ragazzine piuttosto emancipate per la loro età, il gruppetto di indiani ronzanti all'internet point lì vicino, i signori altezzosi in pantalone e camicia, formalmente abbottonata concludente con una cravatta, che camminavano con il quotidiano sottobraccio, una bimba che andava su un monopattino a quattro ruote, per il quale ti sembrava impossibile potesse cadere, ma cadeva. Osservavo, e più lo facevo, più sfumature, dal tragico al comico, trovavo. E mi piaceva, tutto ciò.

Perché ogni giorno non potevo non passare delle ore alla Feltrinelli e ogni giorno compare un libro nuovo. Era più forte di me. E leggevo, molto. La sera, quando non potevo uscire, durante il giorno, nei miei posti preferiti. Mi fermavo e leggevo. Fare le tre di notte leggendo e sottolineare sottolineare sottolineare, peché molte cose mi rispecchiavano in quel che leggevo e non volevo dimenticarle. Frasi e parole a tenere compagnia alla mia solitudine, riempiendola e riempiendo anche un'anima.

Perché la pioggia ti prende al'improvviso mentre non te l'aspetti uscendo dall'internet point. Ti trovi un vero fiume in piena davanti e, incredibili goccioloni rimbalzare con furia a 10 cm da terra. E ti vedi perso, perché non sai che fare. Gli autobus la sera diventano sporadici e non puoi perderli, rischi di camminare per ore solo per tornare alla Tana. E allora tu tuffi, letteralmente, visto che, dopo esserti chiesto se mai fosse arrivato Noè e la sua arca per puro caso, non avevi altra via d'uscita.
Zuppo, come un pulcino, ti poni tra la strada e il primo bus, mettendoti in salvo. E sospiri...

Perché, il giorno dopo, la pioggia voleva farmi lo stesso scherzo, ma non mi sono lasciato fregare. Mi ero preparato ben bene, cercando il punto strategico, riparato. Avevo voglia di vedere che effetto facesse una scrollata d'acqua in un altra città che non fosse la mia. Era buffo vedere tutt'a un tratto la gente come impazzita, in preda al raptus del si salvi chi può, gente che alzava le gambe in grandi alcate atterrando con le punte, schizzandosi ugualmente; gente che, con gli infradito, se ne strafregava e preferiva scivolare sulla piazza a mo' di pattinatore, per fare prima; gente che si accalcava sutto un albero; gente che aveva improvvisamente voglia di un caffè e si ritrovava al bar vicino, stracolmo; gente che rideva, gente che urlava, gente che sbraitava in attesa di un bus; ed una anziana signora, come se nulla la sfiorasse, attraversava la piazza, ormai sgombra di tutti, a passo lento, con la sua borsa della spesa ecologia in una mano e l'ombrello ormai rotto nell'altra, col solo conforto del cappellino zuppo in testa, zuppo così come tutta lei stessa. E mi ha incuriosito il suo modo, perché sembrava impartisse una lezione. L'ho colta. Esco dal mio "nascondiglio" e cammino in contro al bus, bagnandomi apposta e gettando un'occhiata a quella signora.

Perché scopri un'Amica, come se la conoscessi da sempre. Lei che non si aspettava una chiamata, ma che alla fine passeranno 3 ore senza accorgercene. Le dico ancora Grazie.

Perché
decidi di andare in un ristorante serio e pranzare civilmente. E godi nel notare come ti guardino con disprezzo per come vesti. Lo sconcerto dei loro sguardi ti fa sentire vivo, come non mai. Non rinunceresti mai più ai tuoi polsini con le borchie, ai tuoi cazoni larghi, alle tue scarpe da skater e a tutto il resto. Mangi e sei soddisfatto.

Perché è la musica a farti compagnia. Tua fedele compagna di viaggio. Camminare per il corso quasi deserto con alle orecchie i Sonata Arctica. Mirare il mare e le sue sfumature cangianti ascoltanto le composizioni di Ludovco Einaudi. Osservare la gente con le parole dei Dream Theater. Poggiarsi ad un muretto con gli Stratovarius che ti spingono a imitare una chitarra virtuale. Correre di rabbia lungo il Viale dela Vittoria spronato dai Children of Bodom...La musica non ti lascia, la musica ti fa vedere tutto in maniera diversa. E' lei che permette di vivere le esperiense sotto altre ottiche.

Perché...

Perché La incontri di nuovo, per caso, senza volerlo. Sei a sguardo basso mentre svolti l'angolo. Lei è sembrata un attimo spiazzata, hai cercato di non farle capire lo avessi notato. Parlate, di lei, di quel che le succede, perché ti sta a cuore. L'accompagni alla fermata del bus, e ti siedi accanto, la guardi mentre ti parla, mentre il suo sguardo si riempie di tristezza e, sorridi amaramente, voltando appena il capo: hai capito che saresti inutile. Così la lasci andare. Il bus svolta. Il suo sguardo è sull'orlo del pianto. Tu ti guardi le punte dei piedi, un attimo, poi parti, di corsa. Corri, più che puoi e speri vivamente che il semaforo diventi rosso e il bus si fermi. E' bello quando alcune speranze non si rivelino vane.
Sali in un balzo e non sai se lei se lo sarebbe aspettato. Ma non la lasci sola, non la lascio sola.

Perché scendi da quel bus e la lasci in buone mani e tu, fingendoti buon turista, prendi una cartina usata due volte, e via in quella parte sperduta. Trovi un Forte, una costruzione risalente a non sai quando e che ormai è interamente un prato verde all'interno. Noti che tre tiologie di esseri viventi di un certo spessore vi risiedono: Cani, padroni, vecchie con stampelle o bastoni. E ti senti fuori luogo, ne hai tutto il motivo. Poi però ti immagini come un randagio in cerca di due stampelle per sostituire i due arti anteriori più corti dei posteriori, e trovi una ragione per far un giro all'interno. Ti godi il panorama, perché quello c'è da lassù.

Perché decidi di riprendere il bus e tornare al punto di partenza. Ma non ce la fai a non aspettarLa, sai sarebbe scesa anche lei lì. Vieni distratto da una chiamata e non ti accorgi del suo arrivo. Volgi il capo e la vedi, spedita, verso casa. Allora chiudi il telefono, immediatamente, salutando mentre cominci a correre, letterlamente. Devi raggiungerla. Lo fai, ci riesci, davanti la madre. E ti imbamboli stupidamente. Porgendo la mano, salutando. E parlate, parla lei. Tu ascolti, perché è quello che sai fare. E provi a parlare, a cercare le parole, che non vengon mai quando servono. E ti chiedi in mente servirebbero? Le tue poi...

Perché arriva il tempo di andare e tornare ad una vita che di soddisfazioni non te ne dà. Arriva il tempo in cui hai voglia di tutto e voglia di niente, di restare ma di ripartire, di giore ma di urlare piangendo [se solo riuscissi ad imparare], di star tranquillo come credevi ma di preoccuparti per Chi Tieni, di sgridare e poi di spronare, di inspirare ed espirare, di inspirare e sospirare, di inspirare e trattenere il fiato, di trattenerlo e poi esalarlo. Hai voglia di vivere e di morire. Hai voglia di vivere e sentir vivere. Hai voglia di morire pur di sentir vivere. E' strano tutto ciò. Tutto e niente. Niente e Tutto. Chi mi spiega?

Ti racconto una storia. E' a lieto fine? No, non ha fine.
Oppure ce l'ha e non la vedo?

Che belle le nuvole di Palermo, nemmeno loro non scherzano, eh! [come se tutto questo avesse un senso]

Ancona ormai è un ricordo, un ricordo agrodolce.
Una città da "vivere" tranquillamente di giorno e, allo stesso tempo, da "morire" traquillamente di notte. Come un fantasma. Tu. IO.

[Marta, non vedo l'ora che tutto si aggiusti per te, davvero. Non sono riuscito a niente. La tua stanchezza diventava volta dopo volta una sconfitta anche per me, te lo dico. Avrei solo voluto vederti sorridere almeno una volta, forse ci son riuscito. Ma ormai credo tutto sia illusione.]


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categoria : stranezze, vaneggiando, momenti di una vita

ultima nota stonata da Ryv alle ore 12:19
giovedì, 02 agosto 2007


Benvenuti, benvenuto a me.
Tirate su il sipario, come? Niente da fare? Ovvio, tocca sempre a me, soprattutto se di lavoracci si tratta.
Mh, com'è? Troppo alto, troppo basso?
Poco importa, la mia commedia, tragedia, rappresentazione tragicomica, non può attendere ancora.
Non posso impedirmi di partorirla così, di punto in bianco; significherebbe turare quelle poche valvole di sfogo mi restano. Non so quanto male potrebbe fare, non vorrei scoprirlo. Me lo concedo.

Una domanda, parto con una semplicissima domanda:
Cos'è la vita?
Sì, proprio così. Poche parole a formare una domanda. Una domanda che non si sa quale risposta possa aspettare, figuriamoci il numero di parole.
Provo a dire la mia. Una Prova.
Non dovevamo aspettarci tante e tante e tante parole? Beh, sono molto conciso, per queste cose.
La vita è una Prova.
Una prova, sì...
Non una di quelle gare da strada, fra dilettanti, né quella fra atleti immischiati in puro agonismo. No.
Tutt'altro.
La vita è una Prova.
Una prova ove attori dalla nascita si esercitano, tentano, falliscono, ritentano, hanno successo, falliscono di nuovo, ritrovano una sottile speranza, sorridono, piangono, urlano, ridono...muoiono.
E' un ciclo, un buffo ciclo, ed io lo chiamo Prova.
Perché non è altro che un continuare ad andare avanti tentando di superare tutto, nel bene e nel male.
Non trovate?

Ed io l'ho fatto. E' un annetto che mi sforzo, seriamente.
Ma il ciclo sovrasta beffardo. Perché è davvero così che funziona: quando pensi di venire a capo di qualcosa, ecco che o ti sbagli o subentra qualcos'altro.
Non c'è nulla di così difficile, è un ragionamento che fila, purtroppo.

Ti impegni, a ripristinare un tuo stato di calma interiore che ti manca da non sai quanti anni.
Ti impegni, a trovare rimedio per l'incommensurabile fine del contratto.
Ti impegni, a risolvere incomprensioni che a te stanno a cuore.
Ti impegni e arrivi a sorridere. Perché non ti sembra vero di poter dire cazzo! ce l'ho fatta.
No, non ti sembra vero. Può mai esserlo? Hai ragione, non lo è.

Diatrìbe con i proprietari di casa, disposti a scendere a patti, purché rientrino solo e soltanto nelle loro condizioni. A senso unico, insomma.
Incomprensioni che, come il nome non smentisce, non permettono di capirsi. O se ci si capisce, non si accetta. O se si accetta, si resta tristi. E se si resta tristi, diviene una cosa reciproca. E se divine una cosa reciproca....non so più.
Stato di calma? Sì, quell'utopia l'ho sentita nominare qualche volta, e sinceramente non riesco a ricordare.
Ed il bello di tutto ciò è il solito. Non è altro che il triste meccanismo che guida la Prova, perché altrimenti che prova sarebbe?
Sì, funziona così, ormai lo so.
Infatti non mi sembra più strano se, superandone una, mi si ritorce contro l'altra e se riaddrizzo l'altra, deve assolutamente regredire quella di prima. Se poi in questo giochetto subentra anche la terza istanza, non resta solo che stare seduti su quella poltroncina e osservare, lo spettacolo. Osservarlo, forse impassibile. Nell'attesa che il sipario si chiuda.
Che si chiuda, da solo. Nè altri nè io a toccarlo. Da solo.

Sorrido, perché qualsiasi cosa io faccia, sarà irrimediabilmente errata.

PS: Posso permettermi solo qualche Grazie. Per le parole. Per i brevi incontri. Per il tempo che si perde con me. Riesce a distrarmi. Ma lo spettacolino continua....

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categoria : stranezze, vaneggiando