E' un'inquietudine vagamente sopportabile, quella che provo nel percorrere uno dei tanti lunghi corridoi di quell'edificio poco frequentato, pressocché deserto alle prime ore del mattino.
Non posso far altrimenti, visto e considerato che son costretto a dormire in una stanza che, presumibilmente, potrebbe diventare molto romantica, una volta crollato il tetto. Stupido accostamento di parole, me ne rendo conto, ma è solo per scacciare possibili fantasmi dalla mia testa: è angoscioso ritrovarsi con la paura che tutto possa diventare bianco d'intonaco; motivo per cui tendo a star il meno possibile in quella che chiamo volgarmente casa.
Le strade mi accolgono prestissimo, fredde e poco movimentate.
Gli autobus sporadici cercano in quache modo di sfuggirmi, ma il più delle volte riesco a scovarli con quel pensiero ricorrente... ahah, dove credi di andare?
Quando si è soli, materialmente soli, in un corridoio, come se non bastasse, non si ha l'impressione di sentire ovunque rumori insoliti?
Sì, è quel che mi capita.
Non sono allucinazioni, ma è come se la percezione del mondo si amplificasse, come se entrassi in uno stato di allerta immotivato.
Sussulto a sentire passi, mi fermo.
Si fermono anche loro.
Erano i miei. Vai avanti, bello...
Sento aprirsi una porta, lentamente e, appena le passo accanto, superandola, richiudersi immediatamente. Mi fermo.
Tutto tace. Era soltanto il vento che la muoveva, d'altronde era un'uscita di sicurezza che dava direttamente all'esterno.
Trovo un quadro inneggiare l'antimafia, lo osservo, annuisco a vederlo ben fatto e lo sistemo. E' in quel momento che mi sento osservato, non so da dove, ma mi sento osservato.
Gli altri quadri, forse. Magari presi dall'invidia, mi gettano occhiate taglienti. Sogghigno al pensare che, alla fine, quei quadri non raffigurano volti alcuni e non hanno occhi ruotanti, solo parole.
E' vero, le parole possono essere altrettanto taglienti, al pari di uno sguardo di sbieco, ma non avrebbero sortito quell'effetto a me.
Scrollo le spalle, vado avanti. Mancano appena una decina di metri.
Sento spalancarsi le porte dell'ascensore dietro di me, volgo il capo in quella direzione.
Stupido, non sono altro che uno stupido.
E' soltanto il rumore della sala macchine che avevo accanto.
Stranamente suggestionabile, forse per il sonno, mi poggio alla parete e mi lascio scivolare fino a sedermi.
Sono le 7.30 del mattino.
Le 8.30 arriveranno e con loro anche un po' di movimento.
Tolgo un attimo le cuffie e prendo il cellulare, ho voglia di parlare.
Mi dimentico di tutto e mi prendo beffe di me.