ultima nota stonata da Ryv alle ore 18:04
sabato, 22 agosto 2009


Mangiavi la pista con la stessa rabbia di chi voglia distruggere quello che inquadra, al suo passaggio.
Il ricordo di chi era.
Sempre più forte pigiavi sull'acceleratore fino a sentire la leva picchiare a vuoto.
Il ricordo di chi era...
Giro su giro sempre più forte, inaspettatamente più forte.
Lo sguardo per un attimo ha vacillato, smorzando quel che mi si parava davanti.
Ti eri sempre detto odiassi correre con in mano un volante.
E' venuto meno il reale senso d'essere.
Eppure ti scarica, ti fa staccare la mente, appropriandosene in quell'alone di adrenalina che ti investe dentro e fuori.
Semplicemente avevo perso contatto con me stesso.
Ti stanca, lentamente, giorno dopo giorno.
Difficilmente dimenticherò questa sensazione.
Ma più lo fai, più torna in te il desiderio di farlo.
E mi vien da prendermi a pugni al veder di non aver resistito, una volta dettomi non avrei mai e poi mai guardato quella colonna.
Ne hai bisogno, soprattutto in questi momenti.
Mi smentisco un po' troppo spesso...
Non hai certezze ormai, ma provi almeno a costruirtene.
...forse perché poco di deliato in me resta.
E se questo è un punto di avvicinamento a tuo padre, la strada non sembra tanto errata.
E questa ne è l'ennesima prova.
Almeno lo speri.
D'altronde...InsicuraMente.
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ultima nota stonata da Ryv alle ore 21:34
venerdì, 26 giugno 2009



Che succede, disse il nano al gigante.
Non lo so, rispose l'altro, è che mi sento tanto impotente capita a volte, forse spesso.
Il nano lo guardò e lo squadrò dal basso, poi scrollò la testa ed esalò l'aria inspirata profondamente.
Capita, pensa a me che lo sono sempre, impotente, disse.
Poi continuò, forse è solo questione di alzare lo sguardo e guardare poco più in là..

Il nano alzò lo sguardo e vide la collina.
Il gigante alzò lo sguardo e vide il cielo.

Nel silenzio tutto ciò si confuse...e passò.


Chi sono io?


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 11:52
giovedì, 18 giugno 2009



Francamente ritenevi così buffo che ancora avessi, in un angolo imprecisato della stanza che t'hanno affibbiato, uno scoiattolino di peluche da accarezzare mentre ti abbandonavi, con sguardo vacuo, ora alla parete, ora al soffitto, fino alla loro unione, come fosse un nuovo straordinario orizzonte.
Eppure eri lì, con le dita, a scombinargli la coda, a darle una forma, sembrando un perfetto acconciatore che non avesse nemmeno il benché minimo bisogno di guardare i suoi gesti per capire fossero quelli giusti.
E' una settimana particolare. E' stata una settimana particolare.
E non è nemmeno finità, ne sei a metà, in bilico.
Sei in una posizione scomoda, come su una baraustra incandescente, teso come una corda di violino e sicuro che, qualunque fosse l'angolazione di caduta, non avresti potuto evitare ferite di ogni sorta.
Cadendo indietro, di schiena, ti avrebbe trafitto la raffica di punteruoli sapientemente piantati qua e là, con ordine, con un ordine meticoloso, e, a pensarci, continui a chiederti come diamine sei riuscito a superarli fino a quel punto.
Cadendo avanti, le sferzate fredde e affilate delle domande e certezze e ridomande e riovvietà della belva chiamata futuro, t'avrebbero investito lasciando di te, soltanto brandelli di forma diversa, ognuno con un proprio motivo di strano essere, ognuno con un proprio ineluttabile significato.
E allora ti irrigidisci sempre più, su quella balaustra.
Speri tanto che camuffarti come una delle svariate barre di ferro che ne fanno parte potesse quantomeno rallentare l'inesorabile certezza di essere scoperto, lì, e spinto avanti o dietro.
Quando ti scuoti da quei pensieri, quando riacquisti una visione realistica del dove, del quando e del come sei, ricominci a rivedere quell'orizzonte, poi solo un soffitto, poi solo una parete.
Infine di nuovo il peluche.
Stavolta lo guardi, e sorridi appena alla terribile coda arruffata.
Scrolli il capo, e guardi il telefono.
Poi ti alzi, e vai lontano, lontano da lì...
Lontano da te stesso, da tutto.
E' tutto così fottutamente complicato.
E non permetterai mai, come qualcuno già disse, che altri, incrociandoti possano dire che i tuoi vent'anni, benché sei andato un po' oltre, possano essere gli anni più felici della tua vita.
Sai solo una cosa.
Una sola.
Una piccola cosa.
Vuoi tremendamente quel complicato.
Lo vuoi perché hai capito che è proprio quello che ti aiuta a superare i punteruoli sulla via, anche ad occhi chiusi, a prescindere se poi incombano nei momenti in cui ritorni a sentirti, lì, in bilico, senza fiato.

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 07:07
mercoledì, 10 giugno 2009



In tempo...
...
...
...
ma passa anche quello, di tempo.

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ultima nota stonata da Ryv alle ore 09:47
martedì, 09 giugno 2009


Contavi le goccie che si infrangevano sul sottile limitare dell'acqua, nel lavandino.
Le contavi e ti chiedevi se questa volta sarebbero state così forti da sostenersi e non cadere nello scarico, una volta apertolo.
Vincere la gravità non è un gioco da ragazzi, forse nemmeno da uomini e sicuramente men che meno da vecchi.
Figuriamoci delle povere goccioline.
Ma a quel punto poco importava, la tua ennesima curiosità senza speranza dovevi soddisfarla.
Ti eri chinato allora sul lavandino, aperto più forte il getto, cercando il caldo di quel liquido, e ti eri lanciato un paio di manate sul volto, come volessi annegarti.
Poi avevi chiuso il rubinetto, afferrato l'asciugamano incurante del poter far cadere altro e ti eri asciugato, velocemente.
Non potevi più attendere.
Hai abbassato quella leva strana, che ricordi potesse essere delle più svariate forme, dietro al rubinetto, ma che la tua era una semplice asticina tristemente uguale in tutte le sue parti, e avevi azionato quel misterioso ingranaggio che avrebbe aperto lo scarico.
Eri deluso, piacevolmente deluso.
L'acqua, seguendo il suo corso, aveva cominciato a scender giù, sempre più veloce...
Ma.
Ma.
Ma. Era come non vedessi più acqua.
Avevi come la sensazione fosse qualcosa di più denso, colorato....rosso.
Era sangue.
Scrolli la testa, rialzandoti con mezzo passo all'indietro, scomposto, sgraziato, lasciando l'asciugamano rovinare a terra, molle.
Hai controllato d'istinto stessi sanguinando, ma nemmeno l'ombra di un taglio. Non capivi.
L'acqua era di nuovo lì.
L'acqua era di nuovo acqua.
Ma tu avevi comunque quell'immagine in testa, stranamente ancorati lì, proprio lì.
Ancora, non capivi.
Eppure quell'immagine non se ne andava. Ti sentivi un allucinato, sorridevi nervosamente.
Ti sentivi un allucinato, a maggior ragione nel momento in cui hai percepito due braccia non fossero tue, attaccate al tuo corpo, sanguinanti.
Non erano tu, no...e sapevi di chi potessero essere.
Hai picchiato il pugno, tuo, sul bordo del lavandino, e sei uscito di corsa, dal bagno, di casa, dalla tua mente.

Per strada pensavi.
Per strada ti guardavi attorno.
Per strada alzavi gli occhi al cielo, scuro.
Per strada restavi incurante ai fari delle auto che ti centravano in pieno.
Per strada pensavi.
Una due...tre cose.
Per strada pensavi che ritrovare un tuo posto in un qualcosa che ritenevi perso, sul serio, potesse rivelarsi un'ancora per la tua mente, uno spillo che ti punge ricordandoti di esser sveglio, uno sguardo che pian piano ti costringerebbe ad alzare il tuo da terra.
Per strada pensavi che quell'immagine vista in bagno non saresti riuscito a sopportarla un secondo di più, che speravi non potesse esser vero, che non ne avesse il coraggio per ora, e che capisse fosse inutile, dopo. [non provare a farlo.]
Per strada pensavi che...
...hai sorriso spesso ieri.
Hai sorriso e non vuoi perderlo per un bel po'.
Lo speri.




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ultima nota stonata da Ryv alle ore 17:50
domenica, 24 maggio 2009



Giocando con un mozzicone e un posacenere...
E' la frase che mi vien in mente ora, in questo momento, solo in quest'istante.
Ho passato gran parte delle mie ore, oggi, a giocare con un mozzicone e la cenere raccolta dopo aver fumato, piano, lentamente, ma con una certa avidità.
Un bisogno increscioso di placare i miei nervi. Un bisogno fisiologico o psicologico, poco importa.
E guardavo il mozzicone.
E la cenere.
Era scura, un continuo cangiar di bianco nero e grigio, ma anche grigio nero e bianco.
Era lì, a frastagliarsi tra le trame poco appariscienti di quel posacenere che sembra aver posto fisso sulla mia scrivania.
E la guardavo.
La guardavo e la sentivo.
Era lì, immobile, nonostante l'aria del condizionatore.
Strano, mi dicevo.
E poi c'era lui, quel mozzicone, il primo della giornata, il più usurato, il più vissuto, il più vecchio, il più
                                                                                                    c'era il mozzicone e sembrava osservarmi anche lui, con la saggezza di un fautore di male, pentito per quel che ha fatto.
Ha lasciato lo prendessi, lentamente e cominciassi, con esso, a raccogliere la cenere sparsa.
La pigiavo, la giravo, la mescolavo e ripigiavo...
...l'ascoltavo, nel silenzio.
E pian piano cambiava, lei cambiava.
Io fermo ad osservare e a muovere, e lei cambiava.
Si smussava, si rimpiccioliva, diventava più raffinata.
E in tutto questo non smetteva di scegliere il suo nuovo vestito, come stesse per presentarsi ad un gala tutto suo.
                                                                                                    Stava davvero bene, davvero. Molto. Di lusso, un lusso suo.
E le sfumature sgraziate di colore che la contraddistinguevano, era diventate chiare...più chiare.
Era un grigio chiaro, poco pesante all'occhio e all'anima. Era un grigio che, per quanto gli fosse possibile, sembrava sorridere, o almeno accennare a farlo, per poi smettere di colpo e tornare serio.
Aveva un'essenza tutta sua e rimanevo lì imbambolato, mentre i miei movimenti e quelli del mozzicone, diventavano più cadenzati, quasi impercettibili.
Quella cenere era ormai qualcosa di diverso, una polvere.
                                                                                                    Mi fermo di colpo. prendo un foglio, bianco. Guardo l'ora.
Ero solo, proprio da solo, allora presi un po' di quella polvere con un dito e provai, sì, ci provai a disegnare.
La carta si macchiava, poco, e sembrava non voler restare macchiata.
Quella polvere era fatisciente.
Era quello che restava del tumulto di un fuoco nocivo.
Era quello che restava delle tribolazioni e delle macchinazioni che l'hanno plasmata.
Era quello che restava del passaggio sel presente ora passato.
Era tutto, era niente.


...E in tutto questo mi rispecchio, perché quella polvere è la sensazione che mi ha accompagnato negli ultimi due giorni, stranamente.
Forse prenderò una boccetta, e la riempirò di quella cenere, così da non dimenticarmi. Perché almeno questo so farlo.
Lo so fare.



        
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ultima nota stonata da Ryv alle ore 09:10
mercoledì, 20 maggio 2009



Labbra a sangue.
Sono ormai notti che passo a torturarmi le labbra, cercando di addormentarmi.
Sono ormai giorni che mi sveglio presto e corro a controllarmi allo specchio, al sapor ferroso che sento in bocca.
Mi guardo, rimango in silenzio.
Lavo via tutto, trattenendo smorfie per il dolore, lavo via tutto.
Non posso presentarmi in soggiorno in quello stato.
E i tagli ridiventano piccoli, ma le parti livide spiccano.
Scrollo le spalle e vado via da lì, meno ci penso, meglio è.
Dormo poco.
Dormi poco, sai?
Perché diamine non ti rilassi almeno un po'?
Sembra quasi tu voglia dannarti come fossi un eterno vampiro.
Perché lo sei, sai?
Fidati, non vai da nessuna parte così, perché non ne avresti le forze.
Poi magari mi dirai che sono un po' troppo saputello per te, ma in fondo dovrai anche ammettere sia vero.
Chiuditi in salotto, metti cuffie e musica e leggi.

Mi chiudo in salotto con musica nelle orecchie e leggo.
Per l'ennesima volta leggo.

E poi...restano cose che non credi di aver compreso, frasi gettate lì, chissà perché poi.
Restano cose che non hai compreso, e che forse resteranno incomprese.
Ma qualcosa ti affiora alle labbra martoriate, un semplice...

...Perché?


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 07:41
giovedì, 14 maggio 2009



Annegando in anni di falsità e incomprensioni.
E' la mia ricorrente sensazione, il pensiero che subdolo mi lascia spalancare gli occhi come ne fossi terrorizzato, l'unico sogno, meglio incubo, che riesca a ricordare la notte.
Si insinua nei meandri più remoti del mio sguardo da lasciarmi inerme anche agli stimoli che, in altri momenti, avrei considerato degni di nota.
Hai perso il contollo di te, è questa la verità.
Non sei più stato in grado di gestire la tua esistenza in correlazione a quella di altri.
E più hai cercato di andare avanti, più ti sei ritrovato passi indietro, ansioso e furente allo stesso tempo.
D'una debolezza d'animo in grado di ferire la pietra più solida.

Hai litigato pesantemente con i tuoi, il tuo passato, i tuoi ricordi.
E sono state tre battaglie perse in partenza.
Hai pensato che se 21anni non siano bastati per far capire loro ciò che ti piace, ciò che non piace, cosa rende felici, cosa invece ti fa rabbia, quali sono i propri interessi, il tuo modo di ragionare, allora non ne basterebbero cento ancora.
E per futili motivi li attacchi, futili per tutti, essenziali per te.
Forse avere una casa è quasi reato, nel momento in cui tu stesso decidi che dovrebbe rispecchiare almeno in parte i tuoi canoni?
Forse sì.
Una casa tua, solo tua...
Una casa in cui si andrebbe a vivere tutti, per sfuggire a tensioni pericolose.
Una casa che avresti voluto avesse quantomeno un briciolo della tua identità, anche se traballante e mal riuscita.
Ma ti guardi intorno, i tuoi sono in agguato.
Hai pensato di evitare discussioni sul come strutturare gli interni, come disporre stanze, quali spazi da dare a chi.
Hai pensato che seppur tua, sarebbero stati una presenza rilevanti loro, e che poco avesse importato l'avesero fatta a loro misura.
Hai sorriso all'idea di poter avere uno spazio tuo, quattro mura che ti estraneassero dal resto che ti circonda, che fosse il fulcro di una ripartenza o semplicemente un giaciglio dove rifugiarsi a leccarsi ferite troppo profonde, e bruciarsi così da solo.
Ma presto ti sei accorto non sarebbe stata una stanza, e benché fossi il proprietario, ti saresti dovuto accontentare di una porzione di salotto, debitamente separata da una falsa parete.
Ti sei chiesto per quale fottutissimo motivo, ma guardandoti allo specchio hai assistito alla scena dei tuoi stessi perché.
Dovevi evitare che tua nonna si sentisse di troppo sapendo che per lei si sarebbe ricorsi a creare una stanza innaturale, e che alla sua età avesse voluto andarsene via, per una strada senza uscita.
Dovevi evitare allora che tuo fratello si lasciasse prendere da insane gelosie sulla possessività di uno spazio vitale d'appartenenza.
Hai ben capito quale enorme sacrificio, nella TUA casa, avresti dovuto fare.
Ti sei detto che ci poteva stare tutto ciò e che in fondo a te sarebbero servite solo quattro fottute mura, vere o finte che siano, una finestra e una porta.
Ma anche questa prospettiva ti si sarebbe stata privata indirettamente.
Tu cercavi un posto tuo, da sputtanare ricreandoti un tuo habitat, con ciò che volevi accatastare e cosa no?
Bene, poi vedi, magari metti  un divano letto incassonato nell'armadio.
Tu cercavi un posto nel quale vomitare ed esteriorizzare quel che ancora tieni dentro, tanto da volerlo odiare e cercar di cambiare, o amare e starci bene?
No, sai bene che non c'è tutto questo spazio, porterai solo le cose che credo ti servino.
Tu pensavi ai colori del tuo arcobaleno? Nero grigio verde scuro marrone....viola a pallini rossi o rosso a pallini viola?
Neppure, un bianco andrebbe benissimo..altrimenti qualsiasi colore normale.
Ti sei sentito privato dell'ultimo tuo spiraglio di reinizio.
Ti sei sentito privato del volerti creare una base d'appoggio che fosse tua.
Non avresti avuto la tua camera.
Avresti avuto la camera che ti avrebbero dato.
E non hai più visto ragione alcuna per sentirsi parte di loro, non che tu l'abbia mai fatto, ovviamente.
Volevano uno straniero?
Da straniero dentro a quattro mura insieme a loro ti saresti comportato.
Non hai parlato per sette lunghi o corti giorni.
Quando poi la tensione ha superato un limite di guardia, siete esplosi tutti.
Tu con le tue ragioni seppur futili, loro con i loro tentativi di riappacificare qualcosa per te quasi inesistente più.
Libero di fare quello che vuoi e come lo vuoi.
Ti lascia allibito tutto ciò.
Come credevi, ne avrebbero fatto una questione risolvibile con un accontentare.
Ma accontentare su cosa?
Hai scosso la testa incredulo alle loro parole.
Come sempre, ormai, anche stavolta non avevano capito nulla...nemmeno che almeno ora il loro modo di vedere le cose sarebbe dovuto cambiare.
E cerchi di andare avanti, da solo, drizzando le tue spine quando qualcuno di inopportuno tenta di avvicinarsi.

E poi c'è dell'altro, molto altro. Anche poco. Ma forse importante.
C'è che in poche ore è ritornata una fitta allo stomaco.
Sei stato imprudente.
Non dovevi leggere, no.
Dovevi saper fin da subito non ti saresti sentito bene, idiota.
Idiota.
Hai lottato molto, da solo e contro l'aria.
Hai lottato senza riuscire a scacciare quella terza essenza che ancora anelavi.
Un'essenza che ha saputo riempirti e svuotarti a piacimento e con la quale sei stato bene e male.
Hai lottato credendo di averne le armi, anche se credevi discutibile ciò per cui combattevi.
Col tempo, tra le righe, hai nutrito risentimento per quella che era una scelta dettata da una tua esplosione, una delle tante ricorrenti.
Sempre tra le righe, per quanto cercassi di smorzare il tutto, gettavi il seme di un'incredibile mancanza.
E non ne andavi fiero, te ne vergognavi quasi. Non avevi nemmeno il coraggio di dirlo espressamente, nemmeno a te stesso.
E più il coraggio veniva meno, più era il veleno che ti infliggevi da solo.
Te ne davi a bere tanto.
Bevevi avido.
Quando ti accorgi di tutto, è sempre troppo tardi.
Sempre...
Vorrei cancellare questi mesi e far finta non fosse accaduto nulla. Ancora una volta vorrei tornare indietro, sai?
Sempre.


Memorie di un tossicodipendente.


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ultima nota stonata da Ryv alle ore 11:17
martedì, 28 aprile 2009


A volte le pagine dei libri sono tante. Basta voltarle.
Eppure...
E' talmente strano, ma alcune pesano sempre più di altre e, se non si è abbastanza allenati, diventa difficile saperlo fare.
Poi accade che alcune si incespichino tra loro, e se ne salta qualcuna.
Quando questo accade, ci se ne rende conto troppo tardi.
Si torna indietro, si ritrova la pagina mancante, la si legge.
Ma con quali occhi?
Sicuramente non gli occhi di che debba scoprire, alla caccia del nuovo e nell'immedesimazione dei suoi sentimenti sempre cangianti e mai lineari che contraddistingue chi, a ragion veduta, ha voglia di vivere e assaporare attimo dopo attimo.
No, non sono quelli.
Si rilegge la pagina saltata, con uno sguardo proiettato al passato, coi dubbi e le perplessità sorgenti dal saper cosa vi sia dopo.
E' per questo che si diventa schiavi di un gioco troppo grande dove è il tempo a vincere sempre e comunque.
Per quanto ci si possa sforzare nel rimediare, mai e poi mai v'è la certezza di una soluzione, né, tantomeno, di una vittoria.
Ed io ci vivo perennemente in questa condizione.
E' straziante.
E' come essere sempre un passo indietro, una condizione di non appartenenza né al presente né al passato.
Il futuro è utopia.
Perché fermandomi a cercare le pagine mancanti, irrimediabilmente, perdo quelle presenti, che, a loro volta diventano mancanti.
E' come vivere o sopravvivere a scatti.
E' come premere costantemente il tasto "pausa" a ripetizione davanti ad un registratore. E tutto rallenta, va avanti e rallenta.
E anche crescere diventa complicato in una situazione simile: puoi trovare il lampo rivelatore tra una pausa e l'altra così come perderlo per chissà quanto tempo, forse anche per sempre.
Allora, quando ti rendi conto di questo, capisci benissimo che da soli non ce la si fa.

La solitudine che amavi, diventa il primo motivo di rammarico.

Perché quando sei solo, nessuno può forzare quel circolo di pausa/play che continui a fare; nessuno ti strappa quel dannato telecomando dalle mani forzandoti a tenere il tuo film a velocità normale.
E ne soffri, oh se ne soffri.
L'unica cosa positiva che trovi in tutto ciò è il poterti impedire di piangere: premi pausa sempre in quel momento.
E quando lasci di nuovo scorrere, sono già altre scene.
Cosa ci sarà stato nel frattempo?
Non lo saprai mai, o forse...
Premi pausa e ci pensi. E intanto il resto scorre. Riavvii le immagini...
...ehi, ma dove sei arrivato?
E' un circolo dal quale non ne uscirai mai, così.
Lo sai.
Lo so.

Hai voglia di tante cose.
Hai voglia forse di una cosa sola, adesso.

Memorie di un tossicodipendente
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ultima nota stonata da Ryv alle ore 08:24
domenica, 26 aprile 2009



Era così.
Un'angoscia che ti attanaglia la notte e che il giorno si trasforma in noncuranza.
Speriamo di dormir stanotte, ma in fondo...
...Non mi importa.


Memorie di un tossicodipendente.
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