Giocando con un mozzicone e un posacenere...
E' la frase che mi vien in mente ora, in questo momento, solo in quest'istante.
Ho passato gran parte delle mie ore, oggi, a giocare con un mozzicone e la cenere raccolta dopo aver fumato, piano, lentamente, ma con una certa avidità.
Un bisogno increscioso di placare i miei nervi. Un bisogno fisiologico o psicologico, poco importa.
E guardavo il mozzicone.
E la cenere.
Era scura, un continuo cangiar di bianco nero e grigio, ma anche grigio nero e bianco.
Era lì, a frastagliarsi tra le trame poco appariscienti di quel posacenere che sembra aver posto fisso sulla mia scrivania.
E la guardavo.
La guardavo e la sentivo.
Era lì, immobile, nonostante l'aria del condizionatore.
Strano, mi dicevo.
E poi c'era lui, quel mozzicone, il primo della giornata, il più usurato, il più vissuto, il più vecchio, il più
c'era il mozzicone e sembrava osservarmi anche lui, con la saggezza di un fautore di male, pentito per quel che ha fatto.
Ha lasciato lo prendessi, lentamente e cominciassi, con esso, a raccogliere la cenere sparsa.
La pigiavo, la giravo, la mescolavo e ripigiavo...
...l'ascoltavo, nel silenzio.
E pian piano cambiava, lei cambiava.
Io fermo ad osservare e a muovere, e lei cambiava.
Si smussava, si rimpiccioliva, diventava più raffinata.
E in tutto questo non smetteva di scegliere il suo nuovo vestito, come stesse per presentarsi ad un gala tutto suo.
Stava davvero bene, davvero. Molto. Di lusso, un lusso suo.
E le sfumature sgraziate di colore che la contraddistinguevano, era diventate chiare...più chiare.
Era un grigio chiaro, poco pesante all'occhio e all'anima. Era un grigio che, per quanto gli fosse possibile, sembrava sorridere, o almeno accennare a farlo, per poi smettere di colpo e tornare serio.
Aveva un'essenza tutta sua e rimanevo lì imbambolato, mentre i miei movimenti e quelli del mozzicone, diventavano più cadenzati, quasi impercettibili.
Quella cenere era ormai qualcosa di diverso, una polvere.
Mi fermo di colpo. prendo un foglio, bianco. Guardo l'ora.
Ero solo, proprio da solo, allora presi un po' di quella polvere con un dito e provai, sì, ci provai a disegnare.
La carta si macchiava, poco, e sembrava non voler restare macchiata.
Quella polvere era fatisciente.
Era quello che restava del tumulto di un fuoco nocivo.
Era quello che restava delle tribolazioni e delle macchinazioni che l'hanno plasmata.
Era quello che restava del passaggio sel presente ora passato.
Era tutto, era niente.
...E in tutto questo mi rispecchio, perché quella polvere è la sensazione che mi ha accompagnato negli ultimi due giorni, stranamente.
Forse prenderò una boccetta, e la riempirò di quella cenere, così da non dimenticarmi. Perché almeno questo so farlo.
Lo so fare.
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